Salire sul monte: dalla Pace alla Giustizia

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di Massimo Selis

Se viene a mancare la Giustizia, non ci può essere la Pace. Senz’altro molti concorderanno con tale espressione, e non sbaglierebbero. Ma il rapporto può anche essere invertito e così aprire ad un diverso intendimento. Oggi si esperimenta una sempre maggiore compressione e distorsione del principio di Giustizia, per cui c’è chi ne invoca il ripristino, adoperandosi materialmente e culturalmente in tal senso. Eppure non è difficile riconoscere come anche costoro abbiano della Giustizia un’immagine offuscata e “troppo umana”. Non si può ottenere qualcosa che non si sa distintamente cosa sia, perché non si conosce la strada per raggiungere la meta.

Davanti a menti così confuse l’Avversario spiana il suo cammino e si prende la scena. Si sostiene che l’Anticristo provenga dalla tribù di Dan che in ebraico significa “Giudice”: «Dan giudica il suo popolo come una delle tribù d’Israele» (Gen 49,16). E così questa figura, da intendersi prima di tutto simbolicamente, prenderà su di sé il mandato di Giudice e Giustiziere, sarà un “filantropo” attento alle questioni sociali, ai diritti dei “più deboli”, secondo ovviamente una distorta immagine della giustizia. Questo “nuovo ordine” prenderà un poco alla volta le sembianze di una “dolce” tirannide, ma nell’ipnosi collettiva, gli uomini ridotti a schiavi ameranno il loro falso liberatore. Se tale processo è già in corso e avanza con una velocità che non può lasciare indifferenti, è perché coloro che avrebbero dovuto essere “assetati di Giustizia” sono venuti meno al loro compito, e perché ancora prima hanno smesso di ricercare la Pace.

«Accolgano i monti la pace per il tuo popolo, e i colli la giustizia» canta il Salmo 72, che S. Agostino così commenta: «I monti sono le anime elevate, i colli sono le anime infantili. Ora i monti ricevono la pace affinché i colli possano ricevere la giustizia». E questa giustizia è prima di tutto la fede poiché «il giusto vivrà di fede» (Rm 1,17). Soltanto quindi dal dono della fede possono sgorgare le opere di giustizia. Questo fluire verso il basso di così grandi ricchezze è possibile perché questi monti per primi si sono elevati al di sopra di tutte le vette della terra e hanno contemplato la Sapienza. Oltre le forme sensibili, hanno cessato di essere semplici uomini per accostarsi alla dimensione angelica. E in effetti nel Salmo 82 si ricorda: «Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo». Perciò il destino degli uomini è proprio di non essere uomini. Divinizzazione, termine così tragicamente dimenticato eppur così vitale, rappresenta la meta a cui siamo chiamati.

Se le anime più elevate – i monti – debbono accogliere la Sapienza, così le anime più semplici – i colli – debbono elevare lo sguardo e l’udito ai monti, ma il cuore a Dio, poiché la sorgente prima da cui discendono e la Pace, e la Giustizia è appunto il Creatore. I monti sono quindi soltanto dei messaggeri – gli angeli non hanno proprio questa funzione nella Scrittura? – per cui verità altrimenti inaccessibili giungono così al popolo. Non bisogna pertanto confondere lo strumento con la musica suonata. Le anime più semplici, per comprendere in purezza le parole che provengono dalle vette, devono aver cura che i loro cuori non siano appesantiti da troppe scorie (passioni, pensieri distorti), altrimenti questi cadrebbero ancor prima di essersi elevati. E queste anime devono anche fare attenzione a non rimanere affascinate da falsi monti che si mostrano come porti sicuri, ma in verità conducono la nave al naufragio. Sono i falsi maestri che chiedono che non solo gli occhi, ma anche i cuori vengano elevati a loro soli, anziché essere umili traghettatori di verità eterne.

Con l’animo rattristato constatiamo che oggi l’umanità appare come una vasta distesa di morbide colline; e le vette che trapassano i confini dello spazio? Paiono assenti; o forse sono solo nascoste? Pullulano altresì i falsi maestri, le cui parole, avvolte da una patina di mistero a buon mercato, hanno facile presa perché in fondo esse non mettono in discussione le fondamenta di “questo mondo”. Illudono di essere parole non umane, ma ciò che promettono è solo e soltanto una soluzione intramondana. In una società che è al momento dominata dalle forze della Rivoluzione, questi “maestri” capeggiano le forze opposte della Reazione. Non sanno, e ancor meno coloro che li seguono, che obbediscono anch’essi alla mano dell’Avversario.

«L’illusione dei reazionari, i quali si appagano di meri rinvii, favorisce dunque la strategia dei rivoluzionari; o meglio, favorisce la strategia dei Sovversivi che agiscono dietro le quinte della “Rivoluzione-Reazione” con programmi che prevedono tappe successive e correnti elettropolitiche alternate. Gli uomini “d’ordine”, gli uomini di buona volontà, combattono bravamente l’Anticristo che è fuori di noi. Ma l’Anticristo che si annida in noi chi lo combatte, e come?». Silvano Panunzio, a nostro avviso il maggiore metafisico degli ultimi secoli, ci illumina così. Parole taglienti che faranno sanguinare non pochi uomini e ne lasceranno indifferenti molti altri. Parole forse troppo alte, per chi teme di alzare gli occhi al di là delle nubi, e che necessitano di un tempo di meditazione, mentre oggi divoriamo tutto troppo in fretta.

Talmente si è fatta impermeabile l’anima dell’uomo, che essa accoglie solo piccole verità che non la destabilizzano. Si generano così un’infinità di fazioni che cercano il male solo nella parte opposta, senza mai domandarsi se Dio stia chiedendo qualcosa anche a loro.

È l’impero della mediocrità: del buon senso che non concede mai spazio all’intuizione; della “giustizia” che deve compiersi lasciando però in piedi le forme di questa struttura civile; delle medaglie culturali, morali, sociali di cui fare sfoggio, come se la Vita fosse una raccolta punti che determina chi entra in Paradiso e chi no; del sapere che deve rimanere sempre dentro i confini del “ragionevole”, e mai spiazzare, mai perforare la carne, sino a strappare un urlo liberatore. Sì, tutto è tristemente mediocre. Spiace ribadirlo ancora, ma è così evidente! Al massimo si ricerca una mediocrità un po’ più buona delle altre, così da sentirsi migliori. Come sentenzia la de Souzenelle, «il cristianesimo non è una morale, ma una terribile liberazione per l’accesso alla coscienza delle leggi ontologiche». Questa frase, così luminosa e celeste, sappiamo che rimarrà oscura ai più. Perché in fondo noi non la cerchiamo questa porta che ci condurrebbe al di là degli spazi, vogliamo solo che la nostra stanza (questo mondo) sia un po’ più pulita di come è ora. E ci vuole assai poco.

Di vette che attingono alla Sapienza forse non ve ne sono, o forse sono i nostri occhi a non vederle. Certamente, però, i colli hanno smesso di elevare i loro cuori oltre le nubi, di cercare parole che non siano di “questo mondo”. Perché chi ha afferrato anche una sola di queste parole, ha visto cadere davanti ai suoi occhi i veli e ha compreso come esse non possano abitare fra queste vie, fra queste mura. Parole che sanno di fuoco chiedono che gli sia dato un altro spazio, un altro luogo dove dimorare. Parole che risanano in profondità, ma non prima di aver condotto l’anima che le accoglie attraverso lunghe sofferenze e deserti e solitudini, dove anche gli “amici” ti voltano le spalle e sputano sulla tua faccia. Essere in questo mondo ma non essere “del mondo” fa tanta paura. Oggi forse nessuno sembra disposto a incamminarsi su questa via; i più “assennati” si accontentano di verità più comode. Nel campo opposto alla Rivoluzione c’è molto spazio, si fanno amicizie e soprattutto la ricompensa per cui si profondono le energie – fisiche e intellettuali – è alla fine tutta mondana, anche se non così viene dipinta.

Abbandonati in una terra senza Giustizia e senza Pace, dovremmo riconoscere che gli unici colpevoli siamo noi. Una cultura che sbeffeggia la Sapienza non può che essere cultura di morte, una religiosità che è sentimentalismo o moralismo, ma chiude le porte in faccia alla Santa Gnosi, non può che mantenere gli uomini ad uno stadio infantile. Viviamo una carestia di Verità, ma il fatto più tragico è che non avvertiamo nemmeno i morsi della fame.

Qualunque devastazione, tirannia, guerra dovremo attraversare, lo potremo fare solo se eleveremo lo sguardo oltre la cortina di questo mondo, che da qui a qualche anno abbasserà i suoi tendaggi. Certo prenderemo posizione, ci schiereremo, ma convinti che ogni situazione è strumento e mai il fine. Accoglieremo la vera Pace e diverremo veri costruttori di Giustizia, anche se attorno a noi sarà solo morte e schiavitù. Perché avremo superato la grande prova, quella che nel deserto prosciuga da ogni superbia (specie quella spirituale), non risparmiandoci cicatrici e dolore. Non possiamo demandare ad altri quello che spetta a noi. Facciamoci umili e lasciamo finalmente che la Verità mandi in frantumi il nostro guscio. Questo non ci protegge dalle intemperie, ma ci spegne il respiro.

Foto: Idee&Azione

29 marzo 2022