Società della responsabilità collettiva

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di Lorenzo Centini

(O di come, se tutti possiamo essere intelligenti, non esserlo è un grande spreco)

 

Nello studio di cosa sia l’intelligenza e di cosa sia composta sappiamo per paradosso sempre di più e insieme sempre meno. Sempre di più perchè aggiungiamo fattori ed elementi che sappiamo via via concorrere allo sviluppo della stessa. Sempre meno, perchè nella enorme dilatazione del suo significato anche il soggetto “intelligenza” si perde sullo sfondo.

Il soggetto si stiracchia sempre di più, tanto che siamo passati dalle “Sette intelligenze” a moderni sistemi che tengono conto di continuum di intelligenza, e non di tipi finiti.

Quello che abbiamo imparato di sicuro, o di cui perlomeno siamo ragionevolmente tutti certi, è che 1) l’intelligenza ha una solida base genetica ed epigenetica, e molto ruolo hanno i primi anni di crescita del bambino, sia per ciò che mangia e assume sia per gli stimoli che gli vengono dati 2) l’intelligenza è legata alla plasticità delle sinapsi e ci stupiamo ogni volta di quanto il cervello sia più plastico di quanto ci aspettiamo 3) L’intelligenza è fortemente dipendente dall’educazione ricevuta, e nessuna predisposizione supplice ad una educazione e acculturazione carente.

Questi tre elementi hanno un minimo comun denominatore: introducono un forte spazio di azione per noi tutti. Se sempre meno di quella che noi chiamiamo “intelligenza” (e che poi nella vita quotidiana si incorpora in uomini e donne intelligenti) è indisponibile e geneticamente data, sempre più è quell’intelligenza che la stessa società (e noi stessi come individui con la propria) possiamo allenare.

Ogni cosa su cui possiamo intervenire e sulla quale decidiamo di non intervenire è un capitale sprecato. Se l’intelligenza dipende pertanto da ambiente, educazione, stimoli, cibo e famiglia, e sappiamo vagamente cosa possa aiutarla a crescere e cosa no, e noi non agiamo, stiamo sprecando infinite opportunità.

Calata nella realtà dell’articolo: se ingegneri missilistici e neurochirurghi non sono più intelligenti di tutti gli altri lavoratori è anche una scelta della società (oltre che degli individui) non avere più neurochirurghi e ingegneri missilistici. Società che nella selezione della eligibilità di questo o quell’individuo per diventare le categorie di cui sopra si affida ad un complesso sistema di spinte emotive, selezione di mercato, pressione della propria storia sociale, competizione, portati culturali. Ma che inevitabilmente decide di non investire in alcune persone (la maggior parte) e non portarle al livello degli ingegneri missilistici e neurochirurghi, lasciando che lo stesso identico livello di intelligenza abbia sbocchi meno performanti. In breve: anche in questo campo la selezione di mercato e il setaccio socio-economico non rispecchiano una reale selezione ontologica. Chi vince la guerra del mercato non è il vincitore con la V maiuscola nel campo ristretto in cui si è applicato.

Cosa voglia dire tutto questo in termini politici è intuibile: una società che allarga le proprie maglie della prevedibilità e dell’intervento deve necessariamente divenire una società meno libera, più articolata e inspessita, meno naturale e più artificiale, più costruita e meno spontanea. Quel che è certo è che più studiamo l’intelligenza più ci rendiamo conto che ne stiamo buttando via molta.

Foto: Idee&Azione

20 dicembre 2021