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    Aristotele, il divenire e la lezione bontadiniana

    Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.), nel I e nel III libro della “Fisica”, ha cercato, attraverso la dimostrazione dell’Atto puro, di rimuovere la contraddizione del non-essere dell’essere inerente al divenire dell’esperienza. In particolare, non potendo il divenire costituire un passaggio dal non-essere all’essere in quanto “ex nihilo nihil fit”, il fondatore del Liceo introduce i noti concetti di potenza ed atto: il divenire, in altri termini, presuppone che da un “ente in potenza” si arrivi ad un “ente in atto”, ossia da un certo essere si passi ad un altro essere. Tuttavia, nella struttura aristotelica del divenire rimane un residuo di non-essere, di nihil, dal momento che ciò che diviene prima non era ciò che è divenuto.

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    Parmenide, Severino, Bontadini ed il pensiero cristiano

    Il pensiero filosofico cristiano deve fare i conti con la ferrea ontologia di Parmenide di Elea. Il «fascinoso» essere parmenideo, come lo chiama il domenicano prof. Padre Giovanni Cavalcoli, nega consistenza agli enti contingenti, mutevoli, quegli enti che, nella teologia ebraica prima e cristiana poi, sono realtà create, tratte ex nihilo sui e subiecti da Dio.