Tag: sofferenza

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    La taciuta violenza sull’uomo: quando la vittima è il genere maschile. Una seconda riflessione sul lato oscuro del femminile

    In questo breve scritto vorrei fare riflettere su un fenomeno molto diffuso, ma inspiegabilmente molto taciuto. In attesa di testi più articolati, voglio lo stesso stillare una piccola riflessione che nasce come sia come seguito di un mio articolo precedente sul caso di Martina Patti, che come risposta ad un articolo intitolato:
    “Una legge contro la violenza sulle donne uguale in tutta Europa “, di Maria Teresa Greco.

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    Banalità metafisiche

    Per un aggiornamento culturale e politico. Non si possono sciogliere i nodi con il sistema che li ha creati. Qualche considerazione evolutiva che prima di dare chiede.
    Non di rado si critica l’epoca in corso, anche in quanto materialista. Si vuole alludere così alla dimensione metafisica del tutto trascurata o, peggio, lasciata alla religione.

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    Il senso del dolore “innocente”

    Nell’anno 472 a.C., ad Atene, viene messa in scena la tragedia di Eschilo (525 a.C. – 456 a.C.) intitolata “I Persiani”, la più antica opera teatrale pervenutaci per intero. Ad un certo punto ecco la domanda angosciante, drammatica, attuale: “Infinito è il grido di dolore che sale dalla terra verso il cielo; ci sarà mai un dio che l’ascolterà dal segreto dell’ombra?”.

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    Diario dell’infermo. Idealisti, materialisti e donne [2/6]

    Nel capitolo precedente abbiamo parlato di nuovo dell’importanza della deurbanizzazione, cioè del ritorno alla campagna.
    Abbiamo detto e avvalorato l’idea che è una grande bugia giudicare che la cosa più importante è che l’economia e lo stato facilitino questo processo, abbiamo dato un esempio del secolo scorso, quando tutti gli abitanti benestanti dei villaggi che guadagnavano soldi in campagna fuggirono in città. Nel capitolo precedente, abbiamo parlato della futura Georgia come di un paese paradisiaco e de-urbanizzato.

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    Dostoevskij antimoderno: delitto, castigo e redenzione

    L’incultura della cancellazione porta in sé una drammatica volontà d’impotenza, il desiderio di non essere più nulla, atomi alla deriva in un’esistenza deprivata di senso. Dimenticare Fedor Dostoevskji, poi, il più grande romanziere della letteratura mondiale e uno dei più potenti filosofi, non è solo un oltraggio, è il segnale che siamo ai titoli di coda di una civilizzazione agonizzante.

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    Cui prodest?

    La tecnica di governo delle moderne pseudodemocrazie è trasparente e rivela in controluce quali interessi in esse predominino e muovano le fila.
    Non appena un’emergenza esaurisce la sua spinta ci si deve affrettare a riaccenderne un’altra, in modo da poter dettare la nuova agenda tecnocratica, che non ammette repliche.

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    Come una foglia che danza con il vento

    Avete presente quella sensazione di angoscia più o meno intensa, che si prova quando ci si distacca da qualcosa o qualcuno a cui si è molto abituati o affezionati? Quel lieve fastidio interiore, quella percezione di cambiamento che è al tempo stesso morte e rinascita, per tante persone è una costante degli ultimi due anni. La cosiddetta pandemia, non nel senso medico ma in quello di reset dell’umanità intera, ci sta costringendo a cambiare qualcosa dentro di noi. È inevitabile. Dobbiamo fare un cambiamento e ciò significa che qualcosa sarà diverso da prima, c’è un distacco. Così come la foglia si stacca dall’albero, ignara di dove la porterà il vento d’inverno, così ci stiamo tutti staccando dalle certezze e dagli schemi che fino poco tempo fa credevamo essere perfetti e intramontabili.
    Come porsi davanti a questa morte a se stessi, necessaria per rinascere a vita nuova?

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    Solo i portatori di luce possono entrare nei luoghi più oscuri

    C’è la convinzione diffusa che la battaglia in cui ci troviamo sia un’angoscia interminabile, un male non meritato che sembra peggiorare senza mai finire, e molti fanno di tutto per tentare di sfuggire alla sofferenza in cui siamo immersi. Il fatto è che questa sofferenza ci serve: è una porta di accesso al nostro vero Sé, apre un varco nella nostra coscienza e ci costringe a conoscerci in maniera più autentica e radicale; ci mette davanti i nostri valori e il nostro modo di vivere, dovendo ponderare se le due cose sono coerenti fra loro; ci impone di fare scelte, difficili, coraggiose, eroiche. Il dolore è un prediletto strumento di risveglio, ci fa penetrare anche lì dove non siamo mai stati

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    Dalle origini, oltre le origini

    Le ruggini iniziano a sciogliersi. Le illusioni sfioriscono, una per volta. Dolore dopo dolore, alcuni cuori e menti finalmente mostrano spiragli prima d’ora inaspettati. La sofferenza è la via più sicura per la santità e anche per la sapienza. Ma ancora molto fuoco dovrà scendere sulle incrostazioni prima di mostrare la lucentezza delle forme.

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    La gaia morte delle società sazie e disperate

    Nel 1985- sembra passata un’era geologica- il cardinale Giacomo Biffi definì Bologna, città di cui era arcivescovo, “sazia e disperata”. Quella frase gli fu rinfacciata per decenni dai cantori delle magnifiche sorti e progressive della nostra rugosa civilizzazione. Già all’epoca dell’osservazione del presule, Bologna, avvolgente e bellissima, era ai vertici del reddito pro-capite, in testa ai consumi voluttuari, ma al minimo della natalità. L’ Emilia batteva tristi primati di denatalità, accompagnati da suicidi doppi rispetto alla media nazionale. Tradussi in aggettivi i numeri, spiegò Biffi anni dopo. Per l’esperto pastore d’anime, una terra ricca, colta e civile, “sazia di beni, apparentemente piena di voglia di vivere e divertirsi, ma anche disperata perché non aveva voglia di trasmettere la vita e nemmeno di conservarla”.