Tante cose non tornano: a margine della proroga dello stato di emergenza

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di Daniele Trabucco

Nonostante la percentuale elevata di persone che hanno completato il ciclo vaccinale (si vedano i dati riportati sotto), abbiamo: 1) la curva dei contagi in aumento (circa 150 casi ogni 100.000 abitanti); 2) la Provincia autonoma di Bolzano/Bozen, la Calabria ed il Friuli Venezia Giulia sono già passati da bianco al giallo e, a partire da lunedí 20 dicembre 2021, Liguria, Lombardia e Veneto rischiano il cambio di colore; 3) alcuni sindaci hanno adottato ordinanze contingibili ed urgenti che impongono l’obbligo dei dispositivi di protezione delle vie aeree anche all’aperto ed in certe zone del territorio comunale; 4) il Consiglio dei Ministri, nella seduta di martedí 14 dicembre 2021, ha deciso la proroga dello stato di emergenza di rilievo nazionale per motivi sanitari fino al 31 marzo 2022, ben oltre il termine massimo di due anni previsto dal d.lgs. n. 1/2018 e successive modificazioni (Codice della Protezione civile).

Ora, in merito a quest’ultimo punto, se è vero, da un lato, che nulla vieta ad una fonte primaria di produzione del diritto di abrogare o modificare una precedente sulla base del criterio cronologico “lex posterior derogat legi priori”, è anche vero, dall’altro, che la possibilità di prorogare lo stato d’emergenza al di là del termine massimo di due anni fissato ex ante non solo immette nell’ordinamento un concetto di “temporaneità non definibile”, ma, pur essendo formalmente possibile, puó divenire il grimaldello grimaldello escardinatore delle già indebolite sicurezze del sistema per far diventare la necessità una fonte autonoma del diritto.

Bisogna, pertanto, ben guardarsi da far divenire la necessità una fonte autonoma del diritto: questo perché si anteporrebbe la necessità alla stessa Costituzione, mettendone in discussione la sua rigidità.

Foto: Idee&Azione

15 dicembre 2021