Thanatos e Odysséus: l’Angelo della morte nell’esperienza mistica di un Soggetto Radicale

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di René-Henri Manusardi

“La vita può ancora essere vissuta in qualche modo, ma come sopravvivere alla morte?” (Aleksandr Dugin, 8 ottobre 2022)

Il Soggetto radicale e le esperienze di mistica negativa

La realtà del Soggetto radicale, letta alla luce dell’antropologia, ci permette di stabilire una pluriformità di realizzazioni umane ossia una sua incarnazione in persone con esistenza, personalità e storia molto differenti. Ma ciò che accomuna le diversissime tipologie umane inerenti al Soggetto radicale nelle sue fasi di preparazione e forgiatura da parte del divino, sono esperienze di mistica negativa caratterizzate da una grande sofferenza esistenziale nel corpo, nella mente, nell’anima.

Sostanzialmente, a tal proposito possiamo definire due direzioni per mezzo delle quali il Soggetto radicale viene plasmato come Uomo capace di custodire in sé e di trasmettere poi il fuoco di Verità della Tradizione. La prima direzione è di ordine orizzontale/sagittale e si concretizza come esperienza di profondità, un’esperienza vivissima della morte all’interno di sé stesso e nella propria esistenza, che rappresenta il tema di questo scritto. La seconda direzione è di ordine verticale/discendente e riguarda l’annichilimento totale, la purificazione dell’anima nel Sole di mezzanotte, la Notte dei sensi e dello spirito terribile, spietata e graduale, la morte dell’ego necessaria per far emergere il Sé, che sarà invece il tema di un prossimo articolo.

Un nuovo sciamanesimo

A tal proposito, proponiamo qui – con molto umiltà e a costo di essere derisi – un’esperienza reale vissuta dallo scrivente nel corso della quotidianità di una vita normale divisa tra lavoro, famiglia, impegno sociale. Esperienza durata, per circa due anni e mezzo (1997-1999) in modo pressoché continuativo e a stadi, secondo l’ordine proposto che troverete nei paragrafi a venire. Immaginazione? Fantasia poetica? Esperienza di mistica naturale o addirittura soprannaturale? Lasciamo a voi lettori il giudizio. Ci limitiamo a constatare che in queste righe, snelle ed essenziali, si vuol sottolineare in modo incisivo che il senso della morte e la sua eventuale visione potrebbero ipoteticamente accompagnare la nostra esistenza, essere serenamente accettati ed anche superati nella fede della silenziosa presenza del Divino in noi.

Lo scrivente, proiettato di getto in una esperienza mistica negativa, ha vissuto e ritrovato in sé stesso ed immeritatamente il sapore dell’uomo antico, del segno arcaico, del simbolo archetipico. Pur vivendo in pieno XXI secolo, a causa di questa singolarissima esperienza di morte, lo scrivente ha infine rinvenuto in sé la struttura antropologica dello sciamano, così come ci viene descritta nella tripartizione tradizionale proposta da Mircea Eliade. Infatti nella complessità del lavoro olistico svolto da lui ogni giorno, ritroviamo in chiave post-moderna le caratteristiche essenziali dello sciamanesimo antico: Uomo in contatto col Divino, Consigliere del Capo, Uomo di Medicina e la sua attività umana e professionale ne trovano conferma.

La sua stessa esperienza di morte-resurrezione, vissuta nell’alveo della più pura tradizione cristiana, è tuttavia iconograficamente da lui descritta ed esperita secondo i canoni antropologico-culturali tipici delle visioni sciamaniche. Mistero, questo, incomprensibile solo a menti rigide, che tuttavia ci permette di considerare lo sciamanesimo un valore archetipico, una realtà che può benissimo convivere anche in un’autentica esperienza mistica cristiana, confortati in questo dall’adagio tomista: “gratia supponit naturam et perficit eam”.

Nel breve testo che segue intitolato “Sorella Morte”, lo scrivente vuol far comprendere che l’unica esperienza da cui egli è stato posseduto è solo quella dell’amore di Dio in Cristo, il quale non viola mai la coscienza e la volontà personali, ma le spinge dolcemente ad aderire al suo progetto d’amore. Una esperienza d’amore, la sua, normalmente vissuta in sintonia con la teologia apofatica eckhartiana e sanjuanista, ordinariamente prive d’estasi e di visioni, radicate nel Grund e nel todo y nada ― vicinissime all’esperienza  buddhista  zen  della  non-mente, della vacuità e dell’estinzione tipiche della tradizione arya del Principe Siddhartha Sakyamuni detto il Buddha ― che qui riassumiamo in alcuni epici passi di San Giovanni della Croce e che, come vedremo, non hanno impedito allo scrivente di sperimentare alcuni momenti del percorso della Notte oscura in una modalità originalmente archetipica e in una chiave simbolica legata alla visione, solitamente passibile quest’ultima di illusione spirituale, come insegnano i maestri più autorevoli della mistica cristiana: «Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente. Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente. Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente. Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente. Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai. Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. (…) Quando ti fermi su qualche cosa, tralasci di slanciarti verso il tutto. E quando tu giunga ad avere il tutto, devi possederlo senza voler niente, poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto, non hai il tuo solo tesoro in Dio (…) In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l’alto e niente lo spinge verso il basso, perché si trova nel centro della sua umiltà. Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica». (San Giovanni della Croce, Opere, Salita del Monte Carmelo, libro I, cap. 13, 11-13, Postulazione Generale dei Carmelitani scalzi, Roma, 1991)

L’esperienza oscura

La pratica dell’immersione nel silenzio, come esperienza meditativa, predisposizione psicofisica alla preghiera e alla esperienza viva della presenza di Dio, dona effetti psicologici che possono risultare radicalmente diversi rispetto all’abituale uso salutistico che si fa dell’immersione meditativa stessa nel campo del benessere, dove in molti casi esiste una tensione postmoderna di tipo edonistico in cui si cerca il raggiungimento della pace e del godimento interiore a tutti i costi.

Nell’immersione a fine contemplativo, da una parte si ha un progressivo superamento del senso di paura della morte come evento personale, capace di arrivare a rasentare la imperturbabilità. Dall’altra, può affacciarsi alla coscienza del meditante l’esperienza del makyō (dal giapponese ma = demonio, maligno; kyō = condizione), molto simile alla condizione di akèdia (= accidia) vissuta nella tradizione monastica cristiana di Sant’Antonio Abate e dei Padri del Deserto egiziano. Ossia, una serie di pulsioni subcoscienti e/o preternaturali ossia diaboliche, che distraggono dall’unione con Dio creando turbamento, visioni ossessive, senso di impotenza esistenziale, paralisi nella sfera spirituale e psico-affettiva, esperienza di morte interiore. Quest’ultima esperienza terrificante, ossia lo sperimentare interiormente una morte spirituale, è un tema ricorrente in tutte le spiritualità contemplative.

Venendo qui a ricordare la profonda armonia che Francesco d’Assisi viveva col creato e con la natura, non è errato ― anche se a noi resta ostico e difficoltoso ― considerare la morte come “nostra sorella”. Il Santo d’Assisi, nel Cantico di Frate Sole era solito lodare Dio dicendo: «Laudato si’, mi’ Signore per sora nostra Morte corporale, dalla quale nullu homo vivente po’ skappare: guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime volutati, ka la morte secunda no‘l farrà male». (Fonti Francescane, Editio Minor, Ed. Francescane 1995 pag. 136)

   Nello HAGAKURE, il libro segreto degli antichi Samurai, i cavalieri del Sol Levante, si afferma: “Ho scoperto che la Via del samurai è la morte… L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un samurai è sempre pronto a morire, padroneggia la Via”. (Yamamoto Tsunetomo, HAGAKURE, Mondadori 2001, pag. 24)

La teologia spirituale, partendo dalla tradizione mistica dei Padri della Chiesa sino ad oggi, per indicare questa morte interiore ha sempre usato il termine Notte oscura. Essa possiede delle relazioni di somiglianza e dei parallelismi più o meno apparenti con la morte psichica tema caro al mondo della psicoanalisi e da essa affrontato con grande energia. Si può addirittura affermare, senza nessun timore di sorta, che molti dei disagi psicotici che insorgono nella morte psichica intervengono a caratterizzare anche la notte oscura. Tuttavia, la differenza radicale esistente tra queste due esperienze esistenzialmente borderline, permette alla morte psichica di connotarsi come esperienza a contenuto nevrotico che può maturare in psicosi, mentre la notte oscura può essere definita come un drammatico e autentico rivolgimento cosmico interiore sotto la assistenza diretta dello Spirito Santo, capace di far morire l’uomo vecchio in Adamo per farlo risorgere come uomo nuovo in Cristo.

Questi sono l’humus e il background attraverso i quali lo scrivente, ha saputo poi cristallizzare, nell’incedere esistenziale del suo breve e densissimo scritto, le forti tematiche esperienziali che come viventi e drammatici quadri di un’esposizione, lasceranno sicuramente un forte segno interiore in coloro che verranno assorbiti dalla loro luce riflessa. Il dramma umano della morte esperito come Soggetto radicale, qui descritto come presenza di un Essere spirituale e non solo come evento, va infatti a toccare i gangli più profondi degli interrogativi umani sull’esistenza di una vita post mortem e a suo modo è in grado di svelarli e di risolverli.

Sorella Morte

Preludio: Visione di caducità

La vita scorreva tranquilla, fino a quel giorno… Fino a quando, d’improvviso, tutto venne intriso di caducità. I miei occhi scorgevano una luce nuova, all’interno e intorno alle cose: la luce di un insolito tramonto. Tonalità opalescente, impastata di tenebre, luce spettrale che rende ogni cosa inanimata, anzi, imbevuta di morte. La vita di ogni essere sembrava segnata da un termine inalienabile, da un bivio che non si può evitare. Così anche la mia vita e quella di ogni uomo. In questo declinar della coscienza, questo autunno che tutto spoglia e reclina, il sapore della vita svaniva o s’attenuava, la speranza taceva, il senso della morte iniziava ad imperare. Ed il mio spirito vagava tra i sepolcri, tra marmi bianchi ed avvizziti fiori, a mirar la vacuità dell’esistenza, l’inutilità delle profane speranze, il grido soffocato di tanti lutti ancora inconsolati. Questa visione, che ora mi segue e sempre m’accompagna, era solo il preludio fantastico e reale, l’atto primo d’una scena e d’un cammino oscuro che non potevo più evitare. C’ero dentro, l’avrei percorso fino in fondo, col lucignolo ancora fumigante d’una fede che alla fine avrebbe ripreso corpo. Sino a diventare un rogo inestinguibile, l’incendio del vivere cosciente al cospetto del volto di Dio, che tutto brucia, consuma e rende vivo. Ma prima di tutto questo, dovevo passare tra le viscere infernali, dentro il terribile averno dell’intima conoscenza di Sorella Morte…

Apparve

Non ricordo né il giorno né il mese di quell’anno in cui la tua presenza cominciò ad inquietare la mia vita. Sei emersa d’improvviso nella mia coscienza, nel periglioso mare della mia esistenza, qual feroce animale silente e circospetto, che va scovando la sua infelice preda. Eri, come sempre t’avevano descritto: un teschio biancastro avvolto da cappuccio ed ispessito manto nero. A lato una falce, il cui inquieto e metallico grigiore era pronto a mietere vita. Era Lei! … Enorme, possente, al cui urto non reggono i monti e treman le foreste. Incalcolabile onda sismica che rotola massi, smuove gli oceani e sradica le querce. Superba nel suo giganteggiante apparire, spandeva un alito che smorza ogni cosa e le coscienze e i corpi lentamente inibisce. Infine, le sue orbite incrociarono uno sguardo attonito e stupito: il mio! Si strinse un’avvinghiante morsa intorno a me, come di piovra, i cui mortali tentacoli affondavano nell’anima. Ormai sembrava giunta la mia fine… 

Rendersi cosciente

Illusione o realtà? La mia speranza era che fosse tutt’un sogno, oscura fantasia di nevrosi transitoria, latente nei momenti di stanchezza. Invece no! Non era così! Come una marea montante, Lei era dappertutto, sommergendo nel suo oscuro manto ogni mio pensiero, la visione interiore, i singoli respiri dell’anima. E mi cercava e mi voleva. “Sarò normale? Oppur demente?”. Ma neanche tali dubbi m’attanagliavano quanto la sua onnipresenza. Lei, fosforescente Signora, nella caligine del mondo brilla di fioca luce e m’illumina di morte… E in questo sordido bagliore, la mia coscienza si dipana mormorando: “Tu sei, sei presente, non come sogno ma come realtà vivente! Macabra Signora che demolisci gli anfratti più oscuri di un ormai debole destino…”. 

Sconcerto

Le radici del terrore ho conosciuto profondamente, dinanzi al tuo volto di morte, di Te che sei la Morte. Mi sentivo venir meno sia da paura che da tremore, come per morso di serpente il cui veleno lentamente paralizza corpo e anima. Preso da sconcerto, colto di sorpresa, come per l’eruzione di un vulcano o di un terremoto che s’agitava impazzito dentro me, vacillavo nelle fondamenta dell’essere, muto spettatore di un rivolgimento cosmico interiore. “Perché io? Perché non te ne vai?”. Meglio la pazzia alla tua esperienza vera. Perché tu sei capace di eternizzare tutto nel dolore, in una vacuità senza fine, nel lato oscuro dell’anima. Chi sono io? Non lo so! So però chi sei Tu, Regina incontrastata dell’esistenza, al cui termine ognun per la tua caduca porta deve infine transitare…

La fuga

Allo sconcerto seguì la fuga: decisi di scappare. La coscienza cercava altri spazi, ma invano. Moltiplicai gli impegni, i contatti, i diversivi: tutto inutile. Come l’aria ovunque andiamo è sempre con noi, così la nera Signora.  Nonostante questo non desistevo. Ma anche le oasi della meditazione e della preghiera erano svanite: solo il deserto della morte, l’estinzione dello spirito, la sua deflagrazione. Come l’orca marina si diverte con la preda prima di finirla, così anch’io ero in balia dei tuoi artigli, del tuo lubrico seno. Eri dappertutto, ovunque, in ogni luogo, non potevo sfuggirti. Ti detestavo con un odio pari al tuo, ma tu non provavi sentimento. “Chi sei?”. Nella mia mente allora sorse un dubbio, che in crescendo si mutò poi in certezza. Cominciai a scrutarti, ad osservare il tuo comportamento così impassibile ed impersonale. Eri un Angelo! Uno spirito celeste, ne ero sicuro! Ma perché il tuo agire non somigliava a quello dei demoni, di cui ti credevo compagna e ti pensavo consorte? Perché la tua misteriosa terra di appartenenza sembrava ora essere così lontana dalla loro? Nelle profondità del mio spirito intuivo che vi divideva uno spartiacque. Una netta linea di confine solcava, spartiva due mondi spirituali e oscuri, ma diversi: da una parte Tu, la Morte, e dall’altra loro, gli spiriti infernali eternamente morti. Ma era ancora lontano il tempo in cui ti saresti rivelata, per ora solo tenebre…

Il singolar tenzone

Decisi allora di combattere. “Si vis pacem para bellum!”. Tentai una reazione: ma era come scontrarsi con l’aria.  Novello Don Chisciotte, dal piglio insicuro e dall’inceder imperfetto, ruzzolavo nell’arena rincorrendo la mia ombra, incespicando al suono della mia inesperienza, come un vaccaro al rodeo, sbalzato di sella da infuriato torello. Non stavo di fronte a un cavaliere o a uno spirito del male: “Chi è dunque Costei?”. Cercavo invano di colpirla, ma Lei svaniva o restando indifferente scansava. Oppure come un monte, nemmeno si spostava. Ma, cosa assai strana, non rispondeva, non replicava, non reagiva. Solo, come oscura presenza, mi tornava sempre innanzi non preoccupata, né infastidita, ma scrutatrice profonda. Le sue orbite vacue erano qual infinito abisso, capace di penetrare i recessi più intimi e impervi dell’animo umano…

La resa

Sconfitto ma non vinto, mi sono infine arreso. “Tu, cavaliere, perché ti arrendi a me, Signora delle tenebre?”. “Ma, allora, chi sei o Tu che parli? Hai quindi una voce!”. Mi sono consegnato a Lei, ma senza l’amarezza di una sconfitta indegna. Con Lei non si combatte, si può solo cedere, subire, chinare come un vinto il capo in segno di sottomissione.  Anche la Morte ha un’anima e, forse, sa essere più umana di noi mortali. Ma un cavaliere senza spada non ha più anima, perché la spada è la sua anima. Depongo la mia anima, la mia spada ai tuoi piedi, ma non al tuo servizio, Signora tenebrosa. A Te che ormai custodisci il segreto del mio appartenerti, nel giogo tirannico di ciò che a volte sembra essere solo un sogno. Invece, no! Son desto e Tu m’hai reso schiavo, mi hai fatto tuo. Io, che fin dalla mia adolescenza ho cavalcato al fianco del Gran Re! Fin a quando il tuo pesante fardello continuerà a gravare e intorbidire il mio spirito?

Ti accetto

Ho trovato finalmente pace, nel giorno in cui decisi di accettare la sua bieca presenza. Sembrava strano, ma Lei, con lucido contraccambiare non torturava più, non soffocava. Solo mi guardava come preda ormai sicura. Spesso, seduta accanto a me come vecchio canuto che fuma avvolto nel tabarro, guardava nel vuoto in attesa di chissà qual avvenimento. Era paziente con sé stessa, immobile, presente alla mia coscienza, e ciò cominciava a divenirmi abituale. Ancora però la temevo e non riuscivo a spiegarmi questa improvvisa bonaccia, il suo novello modo di agire verso me, tale repentino mutar di evento. Meditavo sulla mia paura, sul senso d’impotenza che mi teneva incatenato, sulla natura del suo essere. Chi era questo inquietante spirito primordiale? …

Convivere

Un giorno, trovai il coraggio di affrontarla, di starle davanti, guardandola in volto e sostenendo il terribile sguardo delle sue orbite vacue. Tal cosa, avvenne dopo alcune ispirazioni interiori riguardanti la verità sulla Signoria di Cristo. Egli era il Re, il Dominatore dell’Universo, Colui al quale Dio Padre celeste aveva consegnato ogni cosa. Anche la Morte, quindi, era suo dominio, perché temerla? La cogitazione finì per rinvigorire il mio spirito. Mi posi dunque dinanzi a Lei ed esclamai con fermezza: “Io non ti temo! Non ho paura di Te!”. La sua risposta fu una sola: “Io sono un angelo!”. Continuando poi muta a fissarmi, rischiarò la mia coscienza apparendomi per ciò che veramente era: un angelo di Dio, un esecutore dei suoi voleri. Che alla fine dei tempi avrebbe gettato nel fuoco eterno le sue orribili spoglie, per tornare libero a lodare ed adorare il suo Dio e Signore. Ora si presentava così agghiacciante e tenebroso, qual fine pedagogo, per additare al genere umano la bruttezza di un’esistenza vissuta senza Dio, la quale è destinata a finire ed eternamente perire. I valori e i beni di questa vita, infatti, sono già intrisi di morte se vengono anteposti o preferiti a Dio. Dio è l’Unico, è l’Uno e Trino, è il Creatore e la Vita di tutte le cose. Senza Lui, tutto apparirà per ciò che veramente è: caduco e mortale come quell’orribile Signora, che viene a recidere la nostra vita nel giorno stabilito. Per consegnarla a Colui che sol può darci il premio o la pena eterna. E così, Lei ed io, Thanatos e Odysséus, ora non più nemici, imparammo a convivere…

Mio rifugio

Mentre scorrevano i giorni, la convivenza oscura iniziava ad esser sopportabile. E non nascondo il fatto che la stima per questo essere strano cominciava sottilmente a pervadere il mio animo, crescendo maggiormente di momento in momento. Provavo una pudica vergogna nel sentire al mio interno un tiepido affetto verso la nera Signora, ma pian piano accettai anche questo. Poi, un giorno, d’improvviso, venni messo alla prova: Lei mi concedeva libertà provvisoria. Venivo rispedito nell’arena del mondo, tornavo a lottare giorno per giorno, a combattere la buona battaglia della fede. Nel tempo misterioso e lungo della mia reclusione, il quale aveva stravolto e assorbito ogni mia attenzione, non mi ero reso conto che in un certo senso stavo posando i piedi su una terra pura. Su un’oasi in cui le forti tentazioni al male e la lotta contro gli spiriti infernali, erano praticamente inesistenti. Gettato nuovamente nella mischia, ripresi a lottare in modo alquanto insolito. A tale inaspettato rimpatrio che mi vedeva protagonista del combatter quotidiano, reagii nel modo più ispirato ed ingegnoso che si possa immaginare. Ad ogni attacco che mi sferravano le orde dei nemici di Dio, io reagivo invocando la Nera Signora. La quale, appariva senza indugio, seminando terrore tra le schiere nemiche. E sovrastandomi alle spalle col suo fosco mantello, rapidamente le dileguava. Avvenne così, per permissione del Dio Vivente, che sora Morte, da quel momento in poi sarebbe diventata mio abituale e segreto rifugio…

Epilogo: l’amicizia

Amico di un angelo strano… Divenire quasi suo compagno… Lei, compare nei giorni della lotta a sostenermi, a sparger lo sgomento tra i nemici che assillano il mio spirito. Sì! Alla fine ci siamo ritrovati amici, compagni di battaglia, di lotta, d’onore. L’onore della Croce, di appartenere al Gran Re Cristo Signore. Ogni volta che m’appare, il ventre della mia anima deve venir reciso dalla sua grande falce. Ma è la morte d’un istante, una morte apparente. É il tributo che Lei riscuote per concedermi il suo aiuto, per tagliare le infide ragnatele di satana. Ed io, lasciandomi recider m’abbandono. Dal tunnel della Morte mi ritrovo poi, luminoso guerriero, a rotear la spada della fede nella pugna insieme a Mikael arcangelo. Nel vortice perenne dell’attimo presente, sino al fuoco divorante della Shekina di Dio che tutto estingue nell’amor silente. Vieni dolce Morte, vieni! Vieni dolce amica e sorella, sii sempre mia compagna nella lotta contro i serpenti della Terra di Mezzo…

Post Scriptum

Un giorno, stavamo entrambi attorno a un fuoco, mentre la brezza di primavera accarezzava i nostri volti… Con impeto a Lei inconsueto, la nera Signora mi disse: “Ciò che più mi manca in questo esilio è Maria, la Santa Vergine, la sua purezza!”. E all’istante, lasciati cadere il lugubre mantello, la falce e il teschio, levò le sue imperiose braccia verso il Cielo con la forza sovrumana di un vero Angelo di Dio… E in muta adorazione, per brevi attimi rese il suo spirito a Dio, in attesa del gran giorno… Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen!

Foto: Idee&Azione

18 ottobre 2022