Tibi Silentium Laus

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di Costanza Bondi

Elemento sacro per l’ebraismo, silenzio & parola sono uno la sorgente dell’altro: è il Creatore che si ritira per concedere al creato il suo spazio vitale (1). Narra inoltre un racconto della tribù dei Cherokee-Seneca di come lo Spazio Sacro si configuri a metà strada tra l’alito che entra e l’alito che esce mentre si respira, come nell’intervallo tra due battiti del cuore: una dimora invisibile che rende sacro ogni attimo tra il suo divenuto e il suo divenire.

In una visione dualistica, ritroviamo infatti l’azione-Yang-creatrice come vibrazione-suono complementare all’azione-Yin-ricevente, che vanta quindi la funzione di accoglienza del verbo. Verbo creato al di fuori del Sé per il corrispettivo silenzio che va a crearsi all’interno dello stesso Sé. In tale ottica, il suono-parola è già esistente rispetto all’atto del parlare. È la parola suprema Parā dello Yoga insita nell’altrettanto suprema coscienza. Ecco che Omraam Mikhaël Aïvanhov ci insegnò che tanto il rumore quanto il silenzio sono linguaggi, con la differenza che quest’ultimo può esprimere l’arrestarsi di ogni cosa, ma rappresenta anche il linguaggio della perfezione.

L’essere in quiete selah סֶלָה è la pausa che richiama l’accadico salalu del riposare da cui il greco σιωπάω siopào faccio silenzio, nonché il latino silentium, -ii silenzio, da cui anche la quiete, la calma e l’inattività. Un digiuno, quindi, come quello richiesto dal corpo per attuare un processo di pulizia, ma in tal caso mentale, interiore, che dissolva tutte le cellule-pensiero malate, nocive all’organismo spirituale. Solo la mente calma può infatti porsi realmente in ascolto e produrre quel silenzio nella sua qualità di “assoluto” perché precede e include la Nota Seme della Vibrazione Logoica (2). Concetto che, per la teoria della reincarnazione, si riaggancia al “silenzio del mancato ricordo” delle esistenze terrene precedenti, poiché relative alla percezione esclusivamente orizzontale-materiale, perciò limitata e limitativa, quindi menzognera. A monito che qualsiasi risveglio parta da un silenzio. Vocale. Sensitivo. Mnemonico. Esteriore. Interiore. Meditativo. Eremitico. Ritmico. Fisico. Ascetico. Sogyal Rinpoche, il lama dzogchen tibetano morto quattro anni fa, ci spiega che, trascinati dal caos, noi uomini siamo vittime della nostra mutevolezza mentale, all’interno della quale i pensieri sorgono, perlopiù, saltando come fossero pulci senza alcuna ragione o connessione.

E qui sta il segreto σῖγάω sigào: proteggere la nostra vita interiore, racchiuderla preziosamente come in una teca, per rafforzare il nostro corpo eterico, secondo gli insegnamenti di Steiner “Berlino, 7 Gennaio 1912” che proponeva la solitudine dell’anima. Solitudine è un termine, però, da non confondere con l’accezione semantica contemporanea, in quanto qui si esprime un silenzio nel significato di pienezza, non un silenzio nella sua facoltà di vuoto. Mike Plato: Il silenzio per gli ilici è morte, come lo è la solitudine. Quel che per lo pneumatico è l’unico luogo in cui cercare se stesso, per l’ilico è un luogo di pena, è il terribilis locus iste. Per cui l’ilico cerca costantemente la compagnia degli altri morti, la confusione verbale e il vociare, credendo così di sfuggire alla morte che ha dominio su questo piano. Dio creò il deserto affinché l’uomo vi ritrovasse l’anima.

Il rumore dell’Io si rivela pertanto come il Pieno-Vuoto, a cui si contrappone la quiete del Sé come un Vuoto-Pieno e a cui si può addivenire solo tramite il processo interiore che percorra il sentiero della vera comprensione di tutte le cose, che viva quell’essenza pura che va al di là del sapere sterile, nutrito dal dominio della ragione a scapito dell’intuizione, che al contrario è propria solo della “trasmissione” da spirito a spirito. Da qui, il silenzio iniziatico. Da non confondere, perciò, con la pratica politica dell’atimia ἀτιμία in voga nell’antica Grecia (3). Al contrario, un accondiscendere volontario al tacere riguarda più che altro un volersi esimere coscientemente e coscienziosamente dall’ambito mondano che prettamente rimanda alla sfera materiale. È così che possiamo annoverare l’eremitismo, il ritiro in solitudine per dedicarsi alla ricerca dell’anelata unione con Dio, al fine di assolvere lo spirito dalla verbosità, se non utilizzando la bocca per la preghiera quando assolutamente necessario e, quando no, orando a mente.

Ma il tacer del silenzio ha ancora una volta origini ancestrali, nascendo come pratica salvifica in quelle società di cacciatori-raccoglitori in cui nello specifico gli uomini erano dediti a caccia e pesca (in raccoglimento anche verbale per non far scappare la preda) e le donne erano preposte alla raccolta-preparazione del cibo in comunità e all’allevamento-nutrimento della prole (da cui, la necessità del doversi relazionare, anche con la voce). A livello ermetico, il “segno del silenzio” fu raffigurato nell’antico Egitto con Arpocrate.

Una simbologia dalla doppia funzione è il signum harpocraticum, per cui il portare il dito alla bocca in segno di silenzio da una parte vuol indicare che nulla di nocivo abbia a entrarvi (spiriti maligni, cibo del diavolo), dall’altra va a rappresentare il segreto dei misteri che dalla bocca stessa non possono uscire. Arpocrate, chi era costui? Divinità egizia Hor pa khred, l’Harpŏcrătēs, -i latino che arriva a noi dal greco Ἃρποκράτης, -ους è la divina incarnazione di Horus bambino, spesso raffigurato dentro un fiore di loto, a simboleggiare la propria purezza. L’idolatria nei confronti di Arpocrate ben presto si diffuse a Roma, in Grecia e nella parte nubiana dell’Africa, così che altrettanto si diffuse l’iconografia del suo signum che divenne l’emblema del silenzio sia nel cristianesimo sia nelle tradizioni misteriche, con particolare predominanza nell’esicasmo ἡσυχασμός, pratica monastica-ascetica sorta nel IV secolo con lo scopo di ricercare all’interno della cosmica armonia la pace interiore in unione con Dio. Stesso periodo in cui si stilava il Gran Papiro Magico (detto “di Parigi” poiché dal 1857 ivi collocato alla Bibliothèque Nationale), siglato come PGM IV: un testo redatto in greco e ritrovato in Egitto, all’interno del quale è descritto il rituale della “Liturgia di Mitra”. Si tratta di una guida per l’iniziando in cui costui, dopo aver pronunciato nel passaggio da uno stato all’altro le invocazioni del rito di protezione, era tenuto al signum harpocraticum per sigillarsi la bocca: solo così si riteneva possibile giungere al Principio Primo nella sua cognizione.

Intanto, a Roma erano state venerate due divinità femminili del silenzio, sebbene preposte a compiti diversi. Angerona, cui spettava il compito di tenere segreto il nome vero della città eterna, oltre che dea del silenzio lo era anche dei segreti e della compassione. Lala, punita da Giove col taglio della lingua per aver chiacchierato a sproposito, partorisce con Mercurio i due gemelli Lari, i Lares compitales preposti alla sorveglianza delle strade e dei cammini, e diviene Tacita, sempre dea dei segreti e del silenzio ma appunto per motivi non certo esoterici. Comunque, di vigilanza da compiere pur sempre si tratta, concetto che sarà trasposto nell’arte pittorica e scultorea nei modi più svariati, in cui il gesto del silenzio non è che l’apoteosi del ben più profondo tacere-sapere. Simbologia escatologica oggi quasi esclusivamente propria dei luoghi cimiteriali, ma il cui senso profondo è la via iniziatica in cui il silenzio è preludio a rinascita: cosa che nel mondo profano potremmo tradurre col silenzio che non è assenza di parole, ma condizione necessaria, dosata dal silenziato-ritmo perfetto, tra una parola e l’altra.

È il seme nascosto che va a macerare nel grembo della terra, all’interno della quale muore per ridivenire principio vitale. È l’oblio per le inudite profezie di Cassandra, foriera di verità inascoltate. È Pinocchio che esce infine dalla bocca del pesce per riveder la luce, dopo aver attraversato le varie prove iniziatiche: trasformazione in asino (caduta nella materia), monete d’oro in dono da parte di Mangiafuoco (iniziazione ricevuta), il Gatto e la Volpe (spoliazione dei propri averi), Lucignolo (tentazioni), il Paese dei Balocchi (piaceri esclusivamente materiali)… È la quiete mentale meditativa in vista dell’ascesa della coscienza, che prepara all’esperienza del “vuoto” nel primo dei cinque esercizi steineriani de “La scienza occulta” al capitolo V. È il bussante profano che chiede di divenire iniziato, il cui silenzio comincia all’interno del Gabinetto di Riflessione, dove egli stesso rimane a riflettere su quella che sarà la morte della propria vita profana e il futuro della propria vita iniziatica. Il Gabinetto rappresenta infatti l’elemento naturale Terra, da cui egli dovrà distaccarsi. All’interno, altri simboli riportano alla morte profana e alla rinascita iniziatica, quali ad esempio falce, teschio, clessidra e gallo. Una volta iniziato, durante le tornate rituali all’interno del Tempio il fratello non potrà prendere la parola per almeno tre anni, a meno che non gli venga espressamente richiesto dal Maestro Venerabile. Questo, ciò che avviene nella Massoneria Azzurra. Nel Rito Scozzese che va dal IV al XVIII grado, denominata Massoneria Rossa, il segno di riconoscimento tra fratelli nella Camera di IV grado viene figurato dal passaggio di indice e medio a squadra con il pollice sulle labbra: è il “segreto”, come sigillo di fedeltà iniziatica. Torna Arpocrate con la sua simbologia del dito sulle labbra. Torna Plutarco con l’ammonimento da lui descritto, per cui gli uomini che conoscono gli dèi non devono parlarne inappropriatamente. Giovanni Lettieri: Quel Tacere è anche il quarto precetto magico/teurgico praticato in Alchimia e in Magia e viene dopo il Volere, il Potere e l’Osare.

Il “tacere” comunque non è modalità esclusiva del praticare il silenzio, sì che in letteratura nascerà la corrente novecentesca dell’Ermetismo, in cui proprio la parola scritta ne sarà la prerogativa in riferimento all’allusività e all’indecifrabilità di un certo tipo di poesia che, in qualche modo, pur esprimendo qualcosa davanti alla situazione politica e storica di quegli anni, lasciava solo un desolante silenzio (4). Emblema di tale forma espressiva sarà la famosa lirica dal titolo Non chiederci la parola di Eugenio Montale. Di altro tenore è l’Aut tace, aut loquere meliora silentio (5) che campeggia sull’autoritratto di Salvator Rosa, un dipinto autografo realizzato con tecnica a olio su tela nel 1641, oggi custodito nella National Gallery di Londra, e che richiama il motto mutuato da Strabone, in memoria della disciplina del silenzio pitagorico. Secondo Pitagora tale pratica, avendo come finalità molto più rispetto al raggiungimento della calma della mente, permetteva di liberare l’uomo da qualsiasi artificio, sì da poter raggiungere la propria vera essenza. Un ascetismo, se vogliamo, teso alla più profonda conoscenza di se stessi in vista di una disciplina purificatoria, che il Vangelo in seguito ci restituirà con Matteo 15,11 per cui ciò che esce dalla bocca dell’uomo è quanto può renderlo impuro. Massimo Scaligero – Veroli, 17 settembre 1906: Il grande nemico dello spirito è la dialettica, della quale infiniti sono i travestimenti: compreso quello spiritualistico. Perché l’esperienza interiore si dia, deve esaurirsi il mondo delle parole. Segno della trasmutazione è per l’asceta giungere a sentire nausea per ogni argomentare o speculare, che non risponda a percezioni di realtà del mondo fisico o dello spirito.

Note

1 – Sergio Daniele Donati, Il silenzio nella meditazione ebraica (https://www.joimag.it/silenzio-meditazione-ebraica-libro-sergio-daniele-donati/);

2 – Chiara Rovigatti, SILENZIO <<NOI SIAMO FIGLI DEL SILENZIO>> cioè dello Zero/Niente/Ain/Abisso-Quiete;

3 – Intendesi per “atimia” la perdita totale o parziale dei diritti civili in seguito a reati gravi contro lo stato, quindi, per estensione, la riduzione al silenzio del privato cittadino tramite l’interdizione da cariche sociali e da orazioni religiose;

4 – Chiara Basile, Il silenzio della letteratura: l’Ermetismo (https://losbuffo.com/2019/06/06/il-silenzio-della-letteratura-lermetismo/);

5 – Traduzione: Taci, a meno che il tuo parlare sia meglio del silenzio. 

Pubblicato su Pagine Filosofali

Foto: Dosso Dossi, Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù, 1523-1524, Castello di Wawel, Cracovia

13 novembre 2022

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