Un secondo da mezzanotte

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di Hyppolite Beaudrault

I referendum organizzati questo fine settimana nel Donbass sono una vera svolta nella cosiddetta “guerra ucraina”. Nessuno dubita dei risultati. Come fa una popolazione di lingua russa a cui kyiv ha vietato l’uso della propria lingua materna, anche nell’educazione dei propri figli, ma soprattutto che da otto anni subisce le estorsioni dei battaglioni di rappresaglia neonazisti e i bombardamenti quotidiani, come potrebbe allora questa popolazione non dichiararsi favorevole all’adesione alla Russia. Quello che alcuni chiamano “ritorno a casa”.

Poiché la Duma di Stato ha già annunciato che chiederà al presidente Vladimir Putin di ratificare i risultati, il Donbass diventerà territorio russo.

D’altra parte, la Russia ha annunciato una mobilitazione limitata per rafforzare il suo esercito sul fronte occidentale. Va notato di passaggio che questa mobilitazione mira a reclutare 300.000 uomini, ovvero l’1,2% della capacità massima di mobilitazione del Paese, che è di 25 milioni di uomini. Tutto è dunque pronto per un confronto tra Russia e Nato sostenuto dagli Stati Uniti. Non è un segreto che attualmente la guerra va avanti solo grazie al sostegno dell’“Occidente collettivo”. In effetti, l’Ucraina aveva già perso, alla fine di luglio, tutte le sue armi di fabbricazione sovietica e metà dei suoi soldati. Quale Paese potrebbe continuare la lotta da solo in queste condizioni? La situazione sul campo, Donbass ancora ucraino o indipendente, a seconda dei punti di vista.

Tra pochi giorni gli Stati Uniti e i suoi vassalli dell’Unione Europea si troveranno di fronte al seguente dilemma:

  • continuare le operazioni volte a schiacciare le forze russe che si proiettano sul territorio dell’Ucraina, il che corrisponderebbe, come spiega Scott Ritter nel suo ultimo articolo, a riconoscere, se non la legittimità, almeno la realtà dell’incorporazione Donbass e Sud ucraino territori della Federazione Russa. Oppure,
  • continuare a sostenere l’attuale politica del governo ucraino e dei suoi alleati occidentali che mira a espellere la Russia dal Donbass e dalla Crimea, il che significherebbe ora attaccare la Russia. Sarebbe quindi guerra con la Russia.

Dal canto suo, la Russia si considera già in guerra con l’”Occidente collettivo”, come ha dichiarato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu nel suo discorso dopo l’annuncio della parziale mobilitazione da parte di Vladimir Putin. “Non stiamo parlando solo di armi, consegnate in grandi quantità, ma anche di sistemi di comunicazione, sistemi di elaborazione delle informazioni, sistemi di ricognizione e sistemi di intelligence satellitare”.

Tutto ciò mostra chiaramente che la Russia non si considera più in guerra con l’Ucraina, ma con la NATO e l’“Occidente collettivo” che usa l’Ucraina. Il presidente russo ha spiegato non meno chiaramente cosa accadrà che se l’avversario attaccherà l’integrità della Federazione Russa (di cui ora il Donbass farà parte), “se l’integrità territoriale del nostro Paese è minacciata, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per difendere la Russia e il nostro popolo”. Un ovvio riferimento all’arsenale nucleare russo e alla dottrina per l’uso di questa forza. E Vladimir Putin ha aggiunto: “Non è un bluff”. Ma tutti sanno che Vladimir Putin non ha mai bluffato.

Ci troviamo quindi, grazie alla disperata caparbietà degli Stati Uniti a mantenere la loro egemonia sul mondo e alla stupidità (o debolezza, o incompetenza, o cecità, o corruzione, scegliete) dei “leader” europei, ad un secondo mezzanotte dell’”Orologio dell’Apocalisse”.

Traduzione a cura di Luciano Lago

Foto: Idee&Azione

27 settembre 2022

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