Verso la Galilea

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di Massimo Selis

È un giorno di gioia e di gioia piena. Oggi, questo Lunedì fra l’Ottava di Pasqua. Eppure sembra difficile testimoniare questa gioia: della Pasqua ci portiamo appresso più il dolore, la Passione e la morte di Gesù che la sua Resurrezione. In fondo è lo stesso nelle nostre vite: i dolori, gli oltraggi restano incisi nella memoria come delle fotografie che abbiamo stampato, mentre molti momenti di gioia svaniscono fra le onde degli anni. È il peccato della memoria che forse mai confessiamo.

Con la Sacra Scrittura facciamo quindi lo stesso, ed è ancora più grave. Tutto sembra ridursi solo a dei racconti storici da cui estrapolare qualche bel messaggio morale che ci infiliamo in tasca, per poi lasciarlo cadere magari al primo inciampo. Racconti che si sono svolti migliaia di anni fa e quindi parlano il tempo del passato remoto. Per recuperare il senso pieno e profondo, occorre invece scrollarsi di dosso il mantello dello “storico” e declinare ogni versetto al tempo presente. Tutto è un oggi nella Scrittura e da questa certezza sgorga, come una sorgente d’acqua viva, la gioia che l’anima va cercando. Non si mette qui in dubbio la veridicità dei Vangeli, ma si vuole riaffermare che essi sono Parola di Dio e quindi parola di fuoco a cui bisogna accostarsi con grande umiltà e pazienza, cercando di non restarne bruciati. Le figure che si muovono sul palcoscenico dei racconti sono sagome letterarie utilizzate dagli agiografi per trasmettere un significato teologico molto più profondo. Abbiamo perduto il senso delle Scritture, dovremmo ammetterlo. E da qui nascono anche molti dei drammi della nostra società. Non è solo un fatto religioso! È il valore della nostra resurrezione che dobbiamo far affiorare sotto il velo dei racconti, di questo parla il Cristo, il resto è solo memoriale che a poco serve.

«Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Così Gesù, apparso alle donne che si erano allontanate dal sepolcro. Se restiamo inchiodati alla semplice narrazione, si travisa anche l’elemento geografico. Galilea è quindi un’area della Palestina e Gesù sta dando le coordinate affinché i suoi discepoli non manchino all’incontro. Se però scaviamo per trovare un significato teologico che vivifichi le anime, il testo dice molto di più.

La Galilea delle Genti simboleggia l’umanità che viene chiamata a partecipare alla mensa eucaristica. La Rivelazione non è più quindi un’esclusività del popolo eletto, ma di tutti gli uomini, poiché Egli è «colui che di due ha fatto una cosa sola» (Ef 2,14). Galilea è il mondo intero e testimonia la Cattolicità della Chiesa. Gesù infatti dichiara: «Io non ho madre né fratelli» dove madre sta a significare la terra o la società civile in cui uno nasce e abita. Per cui Egli qui ricusa una maternità geografica e religiosa, perché la sua Parola non resti ingabbiata nella terra di Palestina. La Croce su cui viene elevato è l’Albero della Vita, e attraverso il Suo passaggio dalla dimensione corporale a quella animica (morte in croce) l’umanità viene redenta. Sotto l’Albero del Bene e del Male, l’umanità aveva invece perduto l’intimità con Dio. Come ci ricorda anche S. Agostino, le lettere del nome Adam in greco corrispondono alle iniziali delle parole indicanti i quattro punti cardinali, e pertanto Adamo simboleggia non semplicemente il primo uomo, ma tutte le genti. Così Cristo, nuovo Adamo, dall’alto della Croce attira a sé tutti gli uomini, da Oriente a Occidente, ma anche tutta l’umanità passata, presente e futura. E infine ristabilisce il contatto fra il Cielo, la Terra e ciò che sta sotto terra (inferi). Basterebbe questo a sbriciolare il nostro riduzionismo storico e geografico e a dare tutt’altro respiro al Cristianesimo.

Nel nome Galilea, però, si cela ancora dell’altro.

Se scomposta foneticamente, in greco, Galilea (G-alilat) sta ad indicare la dimensione celeste perché ‘G’ sta per aghios (Santo) e alilat significa voce profetica, secondo gli insegnamenti di Vincenzo Romano. Perciò essa dice la perfezione della Voce divina. L’incontro con Gesù, quindi, non avverrà in un luogo geografico, ma nel Verbo divino. Ed è per questa ragione che ad esso sono chiamati gli apostoli e non le donne: sono loro infatti i ministri della Parola. Le donne invece rappresentano la dimensione ecclesiale. Non erano infatti entrate nel sepolcro, che era “colmo di Eucarestia” e non vuoto come si racconta. Le bende, il sudario e la veste simboleggiano l’animicità dell’Eucarestia e la presenza del Cristo che ora si mostra faccia a faccia nelle specie del pane e del vino. Le donne/conunità hanno quindi bisogno della mediazione degli apostoli/sacerdoti.

Oltre questi due gruppi di figure, nel passo di Matteo si menzionano le guardie che custodiscono il sepolcro e che vanno dai capi dei sacerdoti ad annunciare quanto accaduto. Esse raffigurano la paura degli eletti che il “corpo eucaristico” fosse portato in ogni angolo della terra. Anche qui, in negativo, il Testo Sacro ci parla dell’universalità del messaggio evangelico e del rischio, presente in ogni uomo, di circoscrivere il Verbo dentro recinti soltanto umani.

Questo Verbo, questa perfezione della Voce divina (Galilea) è ciò che sperimentiamo ad esempio durante la Liturgia della Parola. Il suo ascolto è potenza che risveglia le anime e le conduce nel Giardino di Eden, là dove Dio conversava con Adamo. La Liturgia Eucaristica è poi il gradino superiore: la santificazione.

Ci dobbiamo allora chiedere con quante parole e concetti umani incrostiamo la Rivelazione, per addomesticarla così che le nostri menti non soffrano troppo. Non solo le storiografie, le ermeneutiche, ma anche molte teologie diventano un ostacolo ai tesori che essa contiene. Poniamo sempre un filtro tra noi e la Parola, piallando i passi troppo impervi, riempiendo i vuoti narrativi, facendo della psicologia fuori luogo o traducendo termini differenti come se fossero dei semplici sinonimi. Ogni parola è scritta perché, se spezzata, porti frutto. Bisogna avere il coraggio di salire sulla vetta senza un bagaglio pesante e chinarsi alla sorgente. Lì sgorga l’acqua della Vita.

I tumulti e le crisi, le paure e le guerre dell’ora presente terrorizzano anche molti che si definiscono credenti. Ma proprio nel dissolversi delle forme di una società mortifera dovremmo esultare, perché è il segno che il Tempo è vicino. Cadono le forme esteriori perché debbono cadere anche quelle dentro di noi. Anzi, queste sono infinitamente più importanti. Alla Maddalena, figura della Chiesa mondana, il Cristo appare come il “custode del Giardino” (delle anime) e le intima: «Non mi trattenere». Egli deve ricongiungere al Padre l’intera Creazione. Escatologicamente però ci può dire anche un’atra cosa, ovvero che il Cristianesimo storico è solo preparazione al Vangelo Eterno (Ap 14,6). Molti veli ancora ci coprono gli occhi, ma le prove che da qui in avanti ci verranno inviate renderanno le pupille di alcuni come quelle delle aquile che si raduneranno dove sarà il cadavere (di questo mondo). Se rimaniamo ancorati alle parole del Vangelo di Matteo, le paure scompaiono e risulta chiaro che è della nostra resurrezione che esse parlano, non solo di quella futura, ma di quella che si compie in questa vita. Ogni qualvolta ci liberiamo da un attaccamento – e quelli intellettuali e spirituali sono i più temibili – ogni qualvolta il male che si abbatte su di noi ci trova in piedi senza scalfirci, noi risorgiamo poiché testimoniamo di essere anime immortali votate alla santità. È questa la traiettoria del Cristo, e la nostra. Allora ogni giorno è una Pasqua e noi diveniamo testimoni di gioia e non testimoni di dolore, perché una certezza trapassa ogni oscurità: la Vita è più forte della morte.

Foto: Giotto, Resurrezione e Noli me tangere, Cappella degli Scrovegni, Padova

18 aprile 2022