Il pensiero di Carlo Terracciano e la sua attualità in relazione allo scenario politico italiano e geopolitico sia eurasiatico che globale

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di Alessandro Napoli

Intervento di Alessandro Napoli al II Congresso Nazionale di Vanguardia Colombia, 2-3 dicembre 2022

Comincio ringraziando i camerati di Vanguardia Colombia, organizzatori di questo congresso, per avermi onorato con questo invito, così come ringrazio tutti i presenti e gli altri partecipanti.

Quella che mi accingo a fare è un’analisi panoramica del pensiero del Prof. Carlo Terracciano rapportandolo all’attualità politica dell’Italia e ai recenti sviluppi nello scenario geopolitico mondiale.

La scelta di soffermarmi su questo pensatore è dettata dal dato di fatto secondo cui il suo pensiero è di categorica importanza per il circolo politico-culturale del quale sono membro, cioé Nuova Resistenza – Italia, Sezione Nazionale per l’Italia di New Resistance – Evropa, nonché per le altre realtà italiane a cui essa è connessa o con le quali abbiamo collaborazioni come sono ad esempio le Comunità Organiche di Destino e il gruppo di studi della Comunità Hesperia.

Vengo al dunque introducendo brevemente la biografia del pensatore in questione che sicuramente molti di voi conosceranno già, poiché probabilmente conosciuto anche oltreoceano. Carlo Terracciano nasce il 10 ottobre 1948, da giovane si avvicina al Fronte della Gioventù, federazione giovanile di quello che era il Movimento Sociale Italiano. Verso la fine degli anni ’70 si avvicina al movimento intellettuale della “Nuova Destra”, nato in Francia all’inizio degli anni ’70, e rappresentato in Italia da Stenio Solinas con la fondazione della rivista Elementi, corrispettiva della francese Éléments, che però chiuderà i battenti nel 1979 dopo solo un anno di pubblicazione. Le idee della Nouvelle Droite caratterizzeranno quello che sarà il percorso di Terracciano anche in seguito con il rifiuto dello sciovinismo, del suprematismo e del nazionalismo a favore di un’apertura verso il federalismo europeo e il multipolarismo, nonché la ferma posizione anti-atlantista contrapposta al classico atlantismo della destra istituzionale italiana. Intorno alla metà degli anni ‘80, Terracciano, collabora con la rivista Orion di stampo nazional-comunista per poi infine unirsi alla redazione di Eurasia, rivista per la quale scriverà fino alla prematura fine della sua vita e della sua carriera il 3 settembre 2005. In questa epoca il suo pensiero si consoliderà e si concentrerà sempre di più su un eurasiatismo a chiare lettere affermandosi come fuori dagli schemi, proiettato in avanti nel superamento delle vecchie dicotomie e ideologie con le sue analisi lungimiranti, se non addirittura profetiche, e la sua lucida elaborazione teorica.

E’ proprio a tal riguardo che vale la pena cominciare da quella che è la teoria centrale della sua produzione e il fulcro del suo pensiero. In un articolo titolato “La dottrina di riferimento”, apparso sul Pensiero Forte il 26 settembre 2018, Adriano Tilgher affermava: “Proprio per essere consapevoli del nostro progetto, di cosa vogliamo costruire, di quello che vogliamo abbattere e di ciò che intendiamo modificare è indispensabile dotarci di una dottrina di riferimento che ci dia un orientamento preciso in ogni nostra scelta. Alla disumanizzante e materialista dottrina del liberismo contrapponiamo la nostra dottrina delle “Tre Liberazioni”, elaborata e scritta, quasi esclusivamente, dal grande Carlo Terracciano verso la fine del secolo scorso. Questa dottrina rimane un indiscutibile punto di riferimento per quanti sono consapevoli che la vita non è solo rapporto e scambio economico, ma è prima di tutto e soprattutto aspirazione verso la trascendenza e verso un mondo spirituale di cui si va perdendo sempre più la percezione e l’intuizione”. In effetti “La Dottrina delle Tre Liberazioni”, nel suo schema sintetico ma esaustivo, offre ancora oggi le linee guida indispensabili per orientarsi nel marasma post-ideologico conseguente all’acutizzarsi della globalizzazione e della fase politica che sta attraversando l’Italia in particolare, pur trattandosi di un documento di valenza universale applicabile a tutti i contesti relativi a quei popoli della Terra espoliati della propria libertà dal capitalismo anglosassone e dalla sua cultura utilitarista e mercantilista.

Proprio “libertà” è la parola chiave attorno alla quale si sviluppa detta dottrina che nel suo incipit recita: La Libertà è parte stessa dell’Essenza e dell’esistenza di un uomo, come di un popolo; d’ogni Uomo e d’ogni Popolo in quanto tali”. In questo caso però la libertà non è intesa nel senso liberale come quella del singolo individuo ma dell’essere umano in quanto Persona, cioè «parte organica di un tutto, membro attivo e cosciente, funzionale alla Comunità». Un uomo quindi che non è svincolato dal contesto che lo circonda, sia esso socio-culturale che ambientale. Terracciano, infatti premette che bisogna “considerare il Sistema-Terra come un organismo vivente e pulsante, un ecosistema unitario del quale l’uomo è una specie fra le altre nella sua “nicchia ecologica””, pertanto l’autore restituisce alla natura quella sacralità che l’individualismo e in genere la mentalità estrazionista propria della modernità le ha sottratto. Se l’uomo quindi non può esistere al di fuori del suo habitat in base alla sua natura è vero allo stesso modo che non può esistere al di fuori della sua Comunità in base al suo essere sociale.

Fatta questa doverosa premessa possiamo passare ad analizzare cosa si intende nel documento per “Le Tre Liberazioni” e cioè liberazione nazionale, liberazione sociale e liberazione culturale.

La Liberazione Nazionale è la necessità conseguente alla presa di coscienza del fatto che non può esistere libertà individuale tantomeno collettiva quando la stessa Comunità Nazionale non è libera ma soggetta ad un potere esterno che ne manipola le scelte e ne determina le sorti.

La Liberazione Sociale si esplica nell’affermazione di Marx “A ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie capacità”, la quale, a detta di Terracciano, non è un mero slogan ma la base stessa di ogni civile convivenza. La Liberazione Sociale, pertanto si concretizza nell’esaudimento da parte della Comunità delle necessità primarie, dei servizi essenziali per una vita civile degna di questo nome: cibo, salute, istruzione, casa, sicurezza, dignità, giusta collocazione di ciascuno nella funzione che più gli compete, una dignitosa vecchiaia assistita fino ad un sereno trapasso. Chiaramente l’essere umano non ha solo necessità materiali, anche se la tendenza odierna del capitalismo è sempre più quella di ridurlo ad un essere monodimensionale. Come fa notare Lorenzo Maria Pacini in un suo articolo titolato “Lo Stato del benessere” e pubblicato su Idee&Azione il 1 luglio 2022: “Il bene di oggi non è più il Bene assoluto e ideale del passato antico greco-romano e medievale, della pre-modernità, non ha a che fare con il fine ultimo del singolo e della collettività, non trova spazio in alcuna riflessione metafisica o trascendentale: è un bene-benessere, legato allo star bene materiale, confinato nel dominio semantico della corporeità e nell’esperienza della contingenza del godimento. Questo “bene” è divenuto il motore primo delle decisioni politiche, provocando una sovversione – logica e prevedibile – del concetto di felicità e realizzazione dell’essere umano, che passa dal compimento della propria missione, vocazione, volontà divina o fine dell’incarnazione a seconda delle dottrine di riferimento, ad una sorta di felicità secolarizzata, in cui tutto viene sottoposto al governo delle cose, per il quale l’amministrazione del piacere è l’unico esercizio utile sia individualmente che socialmente”. Già Terracciano nel suo scritto metteva in guardia da questo pericolo, la Liberazione Sociale della quale parla va quindi intesa come la premessa per la ricerca della realizzazione personale e spirituale del cittadino all’interno della Comunità e finalizzata ad un bene superiore che è quello della stessa Comunità, non come puro assistenzialismo su basi prettamente materialistiche.

Infine, la Liberazione Culturale è il terzo, e forse più importante, pilastro per il compimento della liberazione integrale, poiché è proprio dalla riconquista dell’egemonia culturale, in senso gramsciano, che bisogna muovere i primi passi, riappropriarsi della propria cultura e identità soppiantata negli anni da quella di un’entità estranea alla propria civilizzazione e che proprio per favorire la sottomissione del paese occupato ne stravolge la base culturale imponendo ogni forma di sradicamento. Esempio di ciò è la mentalità “open borders”, il mito del “cittadino del mondo” che contribuisce a fluidificare i processi migratori a cui sono sottoposti i popoli del Sud del Mondo alimentando quel circolo vizioso che genera paesi poveri privati di forze vitali, cioè della propria gioventù, e paesi sviluppati in cui gli autoctoni vedono minacciata la propria identità storico-culturale, la propria stabilità economica e la propria sicurezza sociale. Conseguenze queste sulle quali sono pronti a speculare i demagoghi del “lato destro del capitalismo”, non meno colpevoli degli altri a sinistra, collaborazionisti dell’occupante quanto questi ultimi. Sostiene Terraciano a tale riguardo: “La Globalizzazione del mercato del lavoro è la forma moderna più subdola e disumanizzante di razzismo e sfruttamento schiavistico, dai tempi della deportazione anglo-americana di schiavi dall’Africa Nera. Essa presuppone e favorisce la guerra fra poveri del Sud e Nord del mondo a tutto vantaggio delle classi dominanti di entrambi”. Ovviamente questo è solo un singolo aspetto della dominazione culturale a cui oggi la maggioranza dei popoli soccombe, gli esempi sarebbero innumerevoli se vi aggiungiamo tutte quelle rivendicazioni individualiste e fenomeni post-moderni – dalla teoria gender al femminismo radicale, dalla woke culture alla cancel culture – che tendono a produrre una società globale “rizomatica” costituita da individui inconsapevolmente isolati e sradicati nella loro falsa libertà che altro non è che una più subdola forma di schiavitù.

Sempre Terracciano sostiene nel suo scritto: “La disintegrazione dei popoli in favore dell’individualismo, è infatti funzionale alla distruzione di ogni forma organizzata che ancora faccia da scudo alla libertà vera, dell’uomo, ponendolo solo e nudo alla mercé del Potere mondiale del Capitale”. Se da un lato l’autore afferma ciò attribuendo all’internazionalismo marxista la colpa di aver accelerato questo processo ed aver spianato la strada al trionfo del presunto avversario globale, dall’altro invoca un differente inter-nazionalismo non più fondato sulla classe sociale ma sulla Comunità Organica del Popolo. Fa notare infatti, che se detto processo disgregativo è stato più rapido e agevole in Occidente anziché nell’Oriente sovietico e nei paesi del Sud del Mondo che avevano adottato il marxismo, ciò è dovuto al fatto che quei popoli avevano collegato nella prassi l’internazionalismo proletario e la dottrina marxiana ai propri interessi nazionali e alle rispettive culture e civiltà talvolta plurimillenarie, dando vita così a forme di nazionalcomunismo che ancora oggi possiamo ritrovare allo stato originario in Corea del Nord e in varianti peculiari adattate ai tempi e alle contingenze in paesi come Cuba e la Repubblica Popolare Cinese. In ogni caso, tale coniugazione è servita a rallentare l’avanzata del mondialismo ovunque sia stata attuata e ha veicolato la lotta di liberazione nazionale di quei determinati popoli.

Alla luce di ciò e di determinate esperienze, Carlo Terracciano, sostiene che la futura lotta di liberazione non può che essere Mondiale tanto quanto lo è quello stesso Potere imperialista americanocentrico nei confronti del quale deve essere rivolta. “Essa deve essere quindi Inter-Nazionalista, per quanto concerne gli agenti in campo, e basata sulle grandi unità continentali geopolitiche, per quanto riguarda lo spazio e la posizione dei popoli che ne fanno parte”. In tale prospettiva, l’auspicata Alleanza Quadricontinentale Antimperialista dovrà essere fondata sì, su specificità nazionali e regionali, ma inserite in una più ampia dimensione imperiale continentale. Lasciandosi alle spalle quindi il nazionalismo borghese e moderno dimostratosi più volte completamente succube e ricattabile dal Grande Capitale americano, sionista e mondialista. Il Prof. Terracciano invita quindi ad una ridefinizione della stessa idea di Nazione che dovrebbe essere intesa come la Terra degli Avi sul piano storico, nonché Comunità di Destino nella Storia e nello Spazio geografico. Entrambe studiate e analizzate nelle direttive strategiche della Geopolitica poiché è in essa e nell’Unità Geopolitica Continentale, che risiede l’unica via realistica per la liberazione dell’Europa dall’Atlantico al Pacifico, cioé nell’unità della penisola e delle isole europee con la Federazione Russa.

Riallacciandosi alla filosofia tradizionalista di Evola, Terracciano sostiene che la concezione circolare della Storia per sua stessa natura non può essere conservativa o reazionaria; essa è etimologicamente ri-voluzionaria. Questo spiega perché una concezione “imperiale” e comunistica dello Stato realizzata nell’unità geopolitica continentale dev’essere quanto di più auspicabile.

Ma per dare un’idea di quello che Terracciano intende per Ri-voluzione, vale la pena citare un passo tratto da “Contro il Mondialismo Moderno”, opera in cui il pensatore fornisce un’interpretazione attualizzata del pensiero di Julius Evola adattandolo alla geopolitica e ai tempi correnti. Qui scrive: “Come sappiamo la Tradizione è “tràdere”, trasmettere dei Valori che sono eterni calandoli ed attualizzandoli nella storia, in forme e manifestazioni diverse ma facilmente identificabili in ogni epoca e in ogni luogo”. E ancora, nel paragrafo titolato “Tradizione e Rivoluzione”: “La Tradizione è Rivoluzione, etimologica e reale. […] La Conservazione è il contrario della Tradizione/Rivoluzione, se è intesa non nel senso dei Valori ma in quello del mantenimento, della difesa delle strutture del passato, delle forme oramai superate, ridotte a vacue parvenze, a vuote formule e forme, a scheletri anneriti dal tempo che celano il nulla. […] Ripetiamolo: nel mondo moderno non c’è nulla da conservare, tutto da distruggere. A cominciare da quanto è rimasto fossilizzato in istituzioni di un passato appena più distante, che non era se non il frutto del modernismo del suo tempo […]. Se la conservazione è il contrario della Tradizione che è rivoluzionaria, la Sovversione, come tutti i fenomeni di ribellismo del mondo moderno, è una rivoluzione di segno contrario, una Contro-rivoluzione, sempre nel senso tradizionale del termine. Essa infatti, nel momento stesso in cui pretende di distruggere le forme del presente (e questo è il suo aspetto più positivo) lo fa nel nome e nel segno della “modernità”, come categoria mentale e spirituale. Il che si traduce non in un’accelerazione verso la fine della decadenza presente e quindi nel raggiungimento del punto catartico che segna il passaggio rivoluzionario ciclico, bensì nel perpetuarsi sotto nuove forme della decadenza stessa, che tende naturalmente a cristallizzarsi in ennesima conservazione, all’avvento di un’ulteriore ondata sovvertitrice. La sovversione tende a ribaltare le forme del passato per conservare l’essenza del presente, cioè il modernismo antitradizionale, cercando così di arrestare il vero processo rivoluzionario che chiuda un ciclo e ne apra uno nuovo. E’ insomma un’altra forma della conservazione”.

Per Carlo Terracciano l’incarnazione di questo serpente che si morde la coda è il Mondialismo moderno, la fase estrema dell’imperialismo capitalista americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa, antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso. Una serpe che l’Europa ha covato in seno e dalla quale alla fine è stata vinta. In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e continua ad avanzare al suo interno.

“La nuova Europa che si tenta oggi di formare sarebbe solo un moncherino se fosse privata della sua naturale proiezione geopolitica siberiana, delle sue materie

prime, ma soprattutto del suo Spazio vitale che in Geopolitica fa la potenza di uno Stato, anzi è Potenza.

Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo

Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.

O sapremo riconoscere l’inevitabilità del nostro destino geopolitico ed agire di conseguenza o saremo destinati a scomparire in un pulviscolo di staterelli impotenti, assoggettati tutti dall’unico comune denominatore dell’American way of life, il vero nome della globalizzazione mondialista”.

Quest’ultima preoccupazione espressa nello scritto “Eurasia (limiti geopolitici del continente Eurasia)” sembra manifestarsi attualmente, momento in cui la penetrazione atlantica nel Rimland verso l’Heartland ha portato allo scattare dell’Operazione Militare Speciale russa e alla guerra per procura che un popolo slavo, lasciatosi incantare dalle lusinghe dell’Occidente, sta combattendo per conto dei banchieri della City contro quella che dovrebbe essere la sua naturale dimensione geopolitica, storica e civilizzazionale.

A tal proposito, Terracciano scriveva in uno dei suoi ultimi articoli, titolato “Europa-Russia-Eurasia una geopolitica orizzontale”, apparso sulla Rivista Eurasia nel 2005: “L’antitesi tra un’Europa “occidentale”, progredita e democratica ed un Est “slavo” aggressivo e minaccioso, retrogrado e inaffidabile, è il residuo politico del passato prossimo, un rottame della Guerra Fredda, ma anche uno strumento dell’attuale politica di Bush e soci per tenere a freno un’Europa avviata all’unità economica, affinché non riconosca nella Russia il naturale complemento del proprio spazio geoeconomico vitale, bensì vi veda un pericolo sempre incombente. Il caso Ucraina, con ancora una volta europei e americani schierati contro la Russia, è la cartina di tornasole di queste posizioni residuali sorte dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Civile Europea per eccellenza. Errore mortale quindi identificare Europa ed Occidente. Esiziale per l’Europa, ma soprattutto per la Russia e in ogni caso per l’Eurasia comunque intesa. […] Ebbene: questo “Occidente” ed i suoi falsi miti sono il nemico oggettivo anche dell’Europa, cioè della penisola eurasiatica d’occidente. L’Europa della tradizione, della vera cultura, della civiltà latina-germanica-slava. […] Sarebbe un errore, ripetiamolo, da pagare in futuro a caro prezzo, confondere le politiche dei singoli governi europei di oggi, o anche quella della UE in generale, con la realtà storica e geografica, con la geopolitica appunto, che vede Europa-Russia-Siberia come un unico blocco, una inscindibile unità geografica. Infatti essa ha prodotto per secoli e secoli una storia comune fatta sia di conflitti che di scambi, di reciproci imprestiti culturali, artistici, religiosi, economici, politici”.

L’Europa infatti, quella dei popoli, non ha mai visto la Russia e il popolo russo come un nemico. Lo spettro sembra essere una costruzione artificiale costruita mediaticamente dal potere con i mezzi a disposizione nelle diverse epoche e a seconda delle diverse esigenze, ma nell’intimo i popoli d’Europa non percepiscono la Russia come una minaccia. Maxim Vasiliev, in una serie di interessantissimi articoli titolati “La Lotta per il Caucaso”, pubblicati sul sito geopolitika.ru e che mi accingo a tradurre in italiano, mette in evidenza attraverso una dettagliata analisi, come la corona britannica da sempre, non si sia mai risparmiata dall’utilizzare ogni mezzo al fine di destabilizzare la regione caucasica e quindi l’Impero Russo, a costo di provocare tragedie umanitarie come fu l’esodo dei circassi. Tornando al versante occidentale, in particolare i popoli latini dell’Europa hanno sempre riconosciuto nella Russia tratti famigliari. A sostegno della reciprocità di questo sentimento cito Darya Dugina che in un’intervista rilasciata a Idee&Azione il 1 Luglio 2022, affermava che il popolo russo percepisce l’Italia come una sua patria spirituale. La Roma dalla quale ha ereditato quei valori greco-latini, mediterranei, cristiani, bizantini che lo caratterizzano e che purtroppo l’Europa, almeno per il momento, nella speranza che possa ritrovarli, ha barattato con quelli posticci dell’American way of life. Lo stesso sentimento non sembra essere meno forte in seno ai popoli germanici, che pur essendosi scontrati con la Russia più di una volta, hanno sempre teso ad instaurare rapporti duraturi con la potenza ad Est dalla quale provenivano i Reitervölker, i popoli cavalieri, sin dalle epoche più remote sull’asse orizzontale che connette l’Europa Centrale alla Siberia; quello che potrebbe essere – e dovrebbe essere – l’asse Parigi – Berlino – Mosca.

Per quanto riguarda la situazione attuale e in base a quanto analizzato sinora, sebbene ci siano deboli sommovimenti e tendenze anche a livello delle élites europee che spingono ed evidenziano la necessità di svincolarsi dagli USA almeno militarmente, così come anche il nostro Joaquin Flores faceva notare in due suoi articoli pubblicati su Strategic Culture Foundation dal titiolo “AUKUS Expedites the Coming EU Army & NATO’s Irrelevance” e “NATO’s Obsolescence: Ukraine, Turkey, Brazil and now Afghanistan”, il pensiero di Terracciano, la lungimiranza delle sue analisi, la precisione dei suoi calcoli, può aiutarci a far luce su quanto sia illusorio l’affidarsi a ricette di leaders interni al sistema mondialista come lo sono quelli attuali dell’Occidente tutto, incluso il neo-eletto governo italiano sul quale molti, sia in Italia che all’estero, si sono fatti false aspettative. Inoltre, Hanieh Tarkian in un suo articolo del 15 giugno 2020, apparso sul Primato Nazionale e titolato “Carlo Terracciano, l’anti-mondialista. Il suo “Pensiero Armato” torna in libreria con Aga editrice” nel quale, come da titolo, recensisce la pubblicazione del pensatore italiano, metteva in evidenza come anche l’ex Presidente statunitense Donald Trump, considerato un “outsider”, con l’assassinio di Soleimani abbia invece rivelato al mondo la vera natura della sua politica frutto della tendenza auto-isolazionista americana che già Terracciano aveva analizzato ai tempi della presidenza Clinton nel 2000, e che altro non è che un graduale cambio di marcia nella strategia ma non nella sostanza dell’aggressivo imperialismo americano. In altre parole l’adozione della strategia delle guerre per procura, strategia consolidatasi nell’era Obama con le guerre in Siria, Libia, Yemen, continuata da Trump ed ereditata da Biden con l’attuale guerra in Ucraina. Guerra questa, nella quale sarà l’Europa a fungere da ariete e dover pagare il prezzo più alto.

Incombente è dunque la necessità di una rivoluzione e liberazione – in primis – culturale nel nostro paese, in Europa e in generale in tutti quei paesi aggrediti dall’occupante a stelle e strisce. Come Terracciano stesso afferma ne “La Ruota e il Remo”: “In ordine temporale la nostra Rivoluzione Culturale di Liberazione è il primo impegno da intraprendere, per risvegliare i nostri popoli da un secolo di droga mentale e fisica, di incubi della Ragione e disperazione della Fede nel futuro. Ma sia chiaro che parliamo di Cultura etimologicamente intesa; noi vogliamo “coltivare” il nostro popolo, restaurare la vera Cultura Tradizionale. Non ci interessa la “cultura per la cultura”, il vuoto nozionismo universitario. La nostra cultura, che è sangue e spirito, sta a quella accademica nello stesso rapporto antitetico con cui la Geopolitica sta alla geografia scolastica fatta di “cinque continenti”. Non crediamo, non abbiamo mai creduto ai falsi profeti della rassegnazione, della sconfitta, della capitolazione, della resa a discrezione, del pentitismo, dell’inutilità della politica militante fra il popolo e sul territorio, per favorire sterili cenacoli intellettualistici; sempre in attesa di un distratto gesto di condiscendente riconoscimento da parte dei “Soloni” della pseudocultura dominante del Pensiero Unico mondialista, in tutte le sue forme e manifestazioni. Ripetiamoci fino alla noia: anche i più seri “imput” culturali, metapolitici non hanno valore se sono scissi dal Politico, non funzionali allo scopo finale: la Liberazione della Comunità Nazionale dalla colonizzazione culturale e politica”.

Per concludere, esprimo i miei più sinceri ringraziamenti a Vanguardia Colombia per l’invito, e spero che si possa continuare a costruire spazi di unione in virtù della lotta comune contro il nemico mondialista e la cultura del mondo moderno e postmoderno, ma soprattutto, a favore delle radici latine che ci sono inerenti.

Foto:  La Battaglia di Zama (Pittore Romano, ultimo terzo del XVI sec.; Museo Puškin, Mosca)

7 dicembre 2022

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