Non fate di me un Katechon, vi brucerò

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di Lorenzo Centini

Ora forse due o tre cose su Ratzinger/Katechon/Europa si possono provare a dire.

Non è mia intenzione scardinare le intuizioni di chicchessia. D’altronde le categorie teopolitiche, a meno che non siano rivelate (ma questo accade raramente) sono, per costituzione, inesigibili sul piano prettamente razionale.

Il problema però dell’idea che Joseph Ratzinger sia il Katechon implica dei corollari teopolitici mica da ridere, che forse non è peregrino mettere in rilievo:

1) Come ha ben chiarito Cacciari nel suo “Il potere che frena” la funzione katechontica non è a senso unico: non è una barriera, un ostacolo e basta. La funzione katechontica è un’istituzione che, nel suo dispiegarsi, rivela due funzioni in sé: l’una di freno, l’altra di inveramento. Così l’Impero Romano, pur frenando la dissoluzione e covando il Cristianesimo, facendosi regno omnicomprensivo e orizzonte finale, volendo plasmare la realtà e storicizzandola ne accelerava la dissoluzione futura. È, questo, d’altronde, pienamente scritturistico: il Katechon è nel mondo, e il mondo muta, quindi al massimo “Lui” può accompagnare il cambiamento rettificandolo, ma non trattenendolo e basta. Più dispiega la sua forza nel mondo più lo “inspessisce” e quindi lo “appesantisce” accelerandone la fine. Il Katechon è una figura tragica e contraddittoria, non è solamente la controparte terrena dell’Angelo che incatena/scatena l’Avversario al tempo debito. Tutto questo non riguarda, ovviamente, il valore della preghiera, altre dottrine (Poli, Centri sottili del mondo, ecc.) che però non parlano mai di un soggetto storico, bensì di forze spirituali. Scritturisticamente è molto più radicato, invece, il famoso passo di Isaia 10: l’Assiria è una verga, ma viene “impiegata” da Dio per uno scopo, non incarna, ex toto corde, qualcosa di ultraterreno.

Lascio, infine, senza alcuna ironia, a convinzioni prepolitiche e prettamente spirituali, le quali però dovrebbero perlomeno presentarsi come tali, pudiche, senza tracotanza di dimostrazioni irrefutabili.

2) Ritenere Joseph Ratzinger il Katechon porta, necessariamente, a prendere una posizione di rottura con la continuità della Chiesa e a ritenerla “perduta” d’ora innanzi. Sgomberiamo il campo dal pulviscolo: Ratzinger prigioniero di Bergoglio, “mi sottometto al mio successore”, ermeneutica champagne, ecc. Soprassediamo anche sull’onere della prova che il pontificato di Bergoglio sia ortogonale a quello di Benedetto XVI. Non si può invece tacere sul fatto che una posizione del genere presuppone non aver capito bene la capacità della Chiesa di cambiare lentamente e di non prestare mai davvero il fianco agli “Interrompisti” che applicano alla Chiesa i paradigmi della politologia. La funzione katechontica non è una funzione politica ma teopolitica: e la teopolitica non cambia ai ritmi politologicamente visibili. Non si cambia il DNA di una istituzione tramite atti politico-amministrativi perché, proprio come la geopolitica, le istituzioni (in teopolitica, i carismi “mondani”) e gli stati hanno direzioni e inerzie che mantengono pressoché inalterati, se non costrette. Avveduti più dei Socci i gioachimiti intravedevano non certo in quel Papa o in questo l’Anticristo bensì nell’aristotelismo. E, a meno che non si voglia conferire a Francesco il superpotere d’aver sterzato TUTTA la Chiesa in direzione opposta a quella ratzingeriana, bisogna o buttare a mare Ratzinger e i suoi predecessori (ma allora cosa ha trattenuto fino ad ora?) o non considerare Benedetto un Katechon.

3) La battaglia di Benedetto XVI per riconquistare l’Europa provando a fare patta col mix di positivismo/relativismo/anticristianesimo postmoderno è una battaglia fondamentale per tutti i credenti (anche per il sottoscritto, se vale qualcosa) ma non è la battaglia finale dell’Europa, a meno che non si abbiano posizioni neoguelfe per le quali la “Pax Deorum”, l’essenza che tiene viva l’Europa non sono già i valori cristiani ma la loro trasformazione politica costante e continua. In breve bisogna ritenere assolutamente impossibile che la civiltà europea riesca a disincarnare i valori cristiani dal cristianesimo politico e il cristianesimo politico dall’influenza dei suoi rappresentanti percepiti come legittimi. Cosa discutibile se si pensa che l’Europa ha prodotto lo Stato, la Scienza e una cultura del tutto rispettabile proprio svincolandosi dal cristianesimo diciamo “immediato”. Meno discutibile se, appunto, si è “guelfi” e si ritiene che fuori dall’alveo Chiese Cristiane – Democrazia Liberale – Borghesia non ci sia vita europea e vi siano solo imam e cyborg transfemministi. Ma, in quel caso, la porta alla quale bussare è la cultura che negli ultimi cento anni ha, a mio avviso con ragione, dimostrato l’incompatibilità tra democrazia parlamentare moderna, diritti umani, relativismo democratico e una vera evangelizzazione della società.

Benedetto voleva salvare questo sinolo guelfo: ardimentoso proposito, forse corretto. Ma o si abbraccia quello spettro in toto oppure diventa complicato ritenere che, sconfitta (ad oggi) quella linea, tutto sia morto o in decomposizione.

Metto assieme questi appunti non per conculcare il diritto di ciascuno di pregare, stringersi, struggersi: sono tra questi. Né è mia intenzione sminuire una figura ciclopica che, peraltro, coi suoi libri su Gesù, ha contribuito non poco a riportarmi alla fede. Ma perché su Benedetto XVI si sta consumando l’ennesimo banchetto escatologico-pessimistico-tranciante. Il motto è sempre quello: i conti si fanno sempre su piani molto molto molto più alti di quelli individuali.

Foto: Idee&Azione

3 gennaio 2023

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