Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [5]

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di René-Henri Manusardi

Il Sentiero della Mente Vuota

     Nel maggio del 1889, Jules tornava ancora una volta a Parigi, ospite della Exposition Universelle per presentare il suo nuovo libro dal titolo Il Castello dei Carpazi, con cui avrebbe entusiasmato i suoi numerosi lettori all’interno di un paesaggio vampiresco costellato da macchine futuristiche, viste come al solito nelle sue visioni, che preludevano tra l’altro l’invenzione del registratore e del microfono. Era curioso di vedere con i propri occhi la nuova Tour Eiffel, coi suoi 324 metri di altezza e l’immensa Galerie des Machines, dove si potevano osservare le ultimissime novità nel campo della scienza e della tecnica mondiale. L’Exposition, che durò più di cinque mesi, fece circolare in quel lasso di tempo più di 28 milioni di persone, provenienti da ogni angolo del globo. L’anno prima intanto, nonostante le sue idee politiche moderate monarchico-orleaniste che lo seguiranno per tutta la vita, Jules era stato eletto consigliere comunale ad Amiens nella lista repubblicana della sinistra moderata. Ma la sua passione per la scienza dello spirito continuava imperterrita, venendo da Jules abilmente incastonata tra gli impegni quotidiani di scrittore e quelli di novello politico locale.

     Erano passati ormai più di due anni dall’ultimo colloquio con Mauro De Marquis e, man mano che procedeva sempre più abilmente nella pratica del silenzio e della discesa nel profondo, a Jules ora si affacciavano nuovi quesiti. Primo interrogativo: si pose il problema di dare un nome unificante alle sue tecniche interiori e, dopo avere riflettuto molto, risolse di chiamarle col sostantivo “meditazione”. Giocando abilmente sull’etimologia latina del termine meditari, al suo significato abituale di “pensiero approfondito sopra una verità o una questione”, privilegiò un significato minoritario ma altrettanto valido, quello vetero italico di in medio stare, che significa “stare nel mezzo”, “stare nel centro”. In secondo luogo, gli interrogativi sull’uso del corpo nelle tecniche interiori restavano ancora irrisolti. L’esperienza acquisita nella meditazione, l’aveva portato infatti a constatare la mancanza di un “mezzo”, di un “centro” in cui far “stare” ed ancorare le sue tecniche. Era alla ricerca di un baricentro gravitazionale interno, che secondo le leggi della Fisica doveva per forza esistere ed essere in un punto ben preciso del corpo, un punto che purtroppo lui non era ancora stato in grado di scoprire. Per questi motivi Jules si sentiva incompleto, fisicamente amputato, ossia privo di un punto fermo su cui poggiare tutto il generoso sforzo di costruzione auto-sperimentale proprio della sua disciplina interiore.

     Anche se, per la verità, un’idea, non gli era mancata nel corso dei mesi precedenti.  Una notte, durante l’esame di una copia dell’Uomo di Vitruvio di Leonardo, che già all’epoca cominciava timidamente a divenire uno dei simboli della medicina scientifica, Jules usando la lente d’ingrandimento ed uno specchio, provò a decifrare la scrittura sinistrorsa in italiano rinascimentale del grande da Vinci. In questo modo, ebbe modo di leggere la seguente asserzione: «Vetruvio architetto mette nella sua opera d’architettura che le misure dell’omo sono dalla natura distribuite in questo modo. Il centro del corpo umano è per natura l’ombelico; infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio, l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi». Effettivamente tale affermazione corrispondeva al vero, tanto che Jules, provando ad usare il suo compasso sul disegno leonardiano, aveva ottenuto lo stesso risultato. Inoltre, preso un righello e tracciate a matita le due diagonali nel quadrato costruito da Leonardo insieme al cerchio intorno alla figura umana, Jules notò che tali diagonali andavano ad intersecarsi proprio all’altezza dell’ombelico dell’uomo vitruviano. Il centro di gravità dell’uomo era dunque riposto nell’ombelico. Ma come coniugare ombelico e meditazione? E poi, la meditazione poteva davvero vantarsi di possedere il medesimo centro gravitazionale?

     Ai margini dell’Exposition Universelle del 1889, viste le agevolazioni economiche nei trasporti marittimi create dall’enorme movimento di uomini e di mercanzie verso Parigi, nella capitale della libera Francia si svolse anche uno dei primi timidi tentativi di Convegno internazionale delle religioni. Promosso con il tacito consenso del governo francese, che in tal modo, oltre a dare alla madre patria una maggiore credibilità internazionale, voleva intenzionalmente irritare il Vaticano e le sue pretese di essere il giudice unico e supremo delle questioni religiose, verso Parigi sciamarono in quel periodo e a tal Convegno molte strane e variopinte figure di sapore orientale.  Dalla Cina e dall’India, dall’Indocina e dal Giappone, si presentarono sotto gli sguardi ammirati dei parigini preti confuciani, eremiti taoisti, monaci buddhisti, guru, fachiri e asceti dello yoga invitati e interamente spesati dallo Stato francese. Per le loro esibizioni e conferenze, vennero accolti negli agevoli locali dell’Institut de France. Jules, partecipò a diverse conferenze in compagnia di Antoine e di un incontenibile Nadar, il quale aveva precettato tutti i suoi giovani garzoni dell’atelier, aggirandosi come un vivace folletto all’interno dell’Institut con la sua variopinta strumentazione, per fotografare questi strani e curiosi personaggi.

     Jules ebbe modo così di ascoltare anche il monaco buddhista Ichiro Yamamoto, un minuto personaggio avvolto da una ampia veste nera che apparteneva ad una “setta”, come si usava dire all’epoca, la setta giapponese dello Zen. Proveniente da una ricca famiglia dedita al commercio navale la quale aveva dato molti alti ufficiali alla marina imperiale nipponica, figlio primogenito di un ammiraglio pluridecorato, Ichiro Yamamoto parlava un fluente francese. Severamente educato ai valori della tradizione del suo paese, tuttavia il padre da buon marinaio gli fece respirare un’aria intercontinentale, permettendogli di perfezionare i suoi studi in lingue e letterature classiche e moderne a Londra e di visitare la Russia, la Germania, la Francia, l’Italia e infine il nord America. Dopo aver assistito ad una sanguinosa strage di inermi pellerossa nel West americano, da parte della cavalleria statunitense che non volle risparmiare neanche donne, vecchi e bambini, Yamamoto tornato in patria, decise di farsi monaco buddhista zen e il padre non oppose resistenza. Quando Jules lo sentì parlare per la prima volta, Yamamoto era già da molti anni abate di un monastero nell’antica Kyoto e accolse con grande gioia l’invito di recarsi nella Parigi della Belle Epoque, formulatogli dall’ambasciatore di Francia in Giappone con la solennità protocollare che si addiceva alla sua carica abaziale.

     «Quello che ognuno di noi possiede è solo la Realtà del momento presente, senza ieri che non è più, nè domani che non è ancora. La Realtà umana non è solo visibile, ma anche invisibile ossia mentale e spirituale. La Realtà siamo noi e tutto ciò che ci circonda. É quello che anche la vostra filosofia antica chiama pneuma, energia. Questa verità che vive nell’uomo e in tutti gli esseri è il KI, è l’energia vitale. Una energia di cui già parlava il vostro scienziato Mesmer. Questa energia non solo è la vita di tutte le cose, ma nella sua dimensione umana è anche un’energia cosciente. Per questa sua superiorità su tutti gli esseri viventi, l’uomo non deve padroneggiarli ciecamente, ma deve vivere in simbiosi e in armonia con loro. La Realtà e principalmente corporea, materiale; la Realtà intera, visibile ed invisibile, vive nel corpo; la Realtà è il corpo».

     La verità di queste parole che, tranne per il volto di qualche compiaciuto o esterrefatto filosofo ivi presente, risultavano poco comprensibili a gran parte dell’uditorio, produssero invece un’eco profonda nella coscienza di Jules e diedero una speranza concreta alle sue inquietudini di costante ricercatore dell’assoluto. Aveva finalmente trovato un meditatore – termine con cui Jules chiamava ora gli adepti della meditazione – in grado di parlare del corpo e della sua importanza nel cammino interiore, senza tabù, falsi pudori, ossessioni peccaminose o dualismi disincarnati.

     «Monsieur Verne – disse Yamamoto salutandolo con un profondo triplo inchino ed una marziale sonorità vocale, tipica del linguaggio giapponese – ho letto tutti i suoi libri venuti in mio possesso e ne sono veramente entusiasta». Il suo volto e il suo corpo, all’esterno impassibili, in realtà lasciavano trasparire un mondo sommerso di emozioni contenute in modo naturale, che sfociavano di tanto in tanto in cortesi e ampi sorrisi, come se Yamamoto fosse sempre sotto gli sguardi e alla severa presenza del Tenno, il suo divino imperatore. Si erano dati appuntamento nella stupenda villa dell’Ambasciatore giapponese a Parigi che, costeggiando la Senna, lambiva i bordi sud-orientali della città a poche decine di minuti di carrozza dall’Institut de France. Dopo i convenevoli preliminari, accomodati sotto un ampio berceau di ferro battuto e piante rampicanti, vigilati a grande distanza da alcune guardie imperiali che egli congedò con un deciso gesto della mano, il monaco Yamamoto disse a Jules: «Il grande Leonardo, che lei mi cita, ha pienamente ragione. La zona ombelicale, che noi monaci buddhisti zen chiamiamo col nome HARA – letteralmente “il ventre” – è realmente il centro dell’energia vitale, oltre che essere il baricentro corporeo. La sua ricerca è stata quindi autentica e l’ha portata a scoprire le cose così come esse sono nella realtà». E aggiunse: «Vorrei che lei per qualche giorno, prima del nostro prossimo incontro si renda consapevole che le profondità della sua realtà invisibile, quella mentale e quella spirituale, possono trovare pace solo nello HARA. L’etimologia stessa della parola ZEN, il nostro sistema – come lei chiama di meditazione – nella nostra lingua originale significa “sprofondamento”, “immersione”, “assorbimento”. Rifletta molto su questi significati nascosti nella parola ZEN: vedrà che le riveleranno il senso del cammino e di tutti i passi da lei compiuti, dal giorno che ha conosciuto i Dodici gradi del Silenzio ad oggi. Per adesso comunque, affinchè la sua discesa nel profondo, passi gradualmente dalla onorevole tecnica insegnatale dal maestro De Marquis basata sulla immaginazione, a quella di una nuova tecnica che privilegia la realtà del corpo, le consegno questo semplice esercizio, che farà camminando da solo nel silenzio di un bosco, di un parco o di una strada campestre».

     Facendo cenno a Jules di alzarsi, gli comunicò la tecnica, ordinandogli: «Si metta in piedi, estendendo la vista il più lontano possibile, come quando guarda l’orizzonte. Abbassi naturalmente le spalle e sempre naturalmente raddrizzi la colonna vertebrale. Poi spinga in dentro i muscoli della zona addominale, ascoltando dolcemente la tensione che così si è creata nel ventre, senza concentrarvi la mente ma solo sentendolo col tatto e ascoltandolo con l’udito. E così, continuando ad ascoltare il suo ventre, cominci a camminare. Ogni qualvolta si accorgerà di essersi distratto, ritorni serenamente verso l’esercizio. Due cose sole sono qui importanti: “sentire” il proprio ventre e guardare lontano».

     Al loro secondo incontro, la settimana seguente, Jules si sentiva trasformato e sorrise lieto al Maestro. Yamamoto, tuttavia lo prevenne dal fargli domande e dopo l’inchino rituale di saluto all’ospite, gli disse gentilmente: «Onorevole monsieur Verne, si fidi della mia esperienza e non mi faccia domande questa volta, anche se dal suo volto interpreto che desidera chiedermi diverse cose e descrivermi le sue nuove esperienze. Per attuare pienamente lo HARA, infatti, bisogna sapersi staccare con coraggio dal pensiero e dal ragionamento, almeno per un po’ di tempo ogni giorno». Jules annuì fiducioso e si mise con molta attenzione ad osservare il Maestro, che in modo insolitamente eretto si accomodava su una delle sedie di ferro del giardino. «Voi occidentali – proseguì Yamamoto – dovunque vi sediate sembrate dei bisonti svogliati che cadono pesantemente nel verde della prateria, come ho visto loro fare nel Dakota americano. Ritengo dunque necessario, senza imitare le nostre posture rannicchiate che fermerebbero il flusso di sangue degli arti inferiori, che voi dobbiate invece stare seduti così, per mostrare senza distrazioni di sorta, una maggiore attenzione alle parole del vostro interlocutore. Per predisporsi ad una buona seduta di meditazione, inoltre tale postura del corpo sulla sedia risulta essenziale per la buona riuscita della seduta stessa. Questa postura noi la chiamiamo KIZAI e viene molto spesso usata dai monaci anziani, quando i dolori dell’età impediscono loro di stare a terra e si accomodano così sui muretti o su appositi sgabelli».

     «Tale postura – continuò inflessibile il monaco – permette alla mente di fermarsi, discendendo, immergendosi, sprofondando nello HARA. Si sieda dunque sulla metà della sedia, con le gambe divaricate due palmi di mano abbondanti. Tenga le ginocchia più basse del bacino: questo è il segreto per mantenere sempre la schiena dritta, senza inutili fatiche. Spinga indietro i muscoli addominali per percepire lo HARA, raddrizzi naturalmente la schiena, abbassi le spalle, faccia rientrare di poco il mento fino a sentire una leggera tensione sulla nuca. Ascolti lo HARA e orienti su di esso la sua respirazione, inspirando rapidamente e espirando lentamente in modo profondo e naturale. Il suo istinto potrebbe anche portarla ad abbandonarsi al flusso in uscita del respiro: se così avviene, si lasci pure andare e non si preoccupi se per caso si accorgerà di respirare solo una-due-tre volte per minuto. Torni a casa e alterni questa antica pratica alla camminata zen che le ho già insegnato, procurando di fare entrambi gli esercizi ogni giorno, fino al nostro prossimo incontro. Oss, monsieur Verne!». Esibito un veloce inchino, il piccolo abate si congedò rapidamente da Jules. Girandogli le spalle, raggiunse con passo brevilineo un’altra sedia di ferro del giardino, andando ad accomodarvisi in posizione KIZAI. Finito il suo esercizio, che aveva anche diligentemente appuntato su un taccuino, dopo circa mezz’ora, Jules se ne andò via senza salutare il monaco ancora assorto in profonda meditazione. Si presentò quindi alle guardie che lo condussero ossequienti verso l’uscita della villa.

     Nel terzo incontro con Yamamoto, una guardia che parlava uno stentato francese, con ripetuti ed ossequiosi inchini disse a Jules che l’abate gli aveva dato l’ordine di condurlo e di farlo sedere su una sedia davanti a lui, mentre il monaco stava meditando accovacciato su uno zafu nel giardino. Jules avrebbe dovuto farsi trovare seduto in posizione KIZAI a guardare il maestro, quando questi avrebbe riaperto gli occhi. Così fece, mettendosi in attesa e guardando ammirato il piccolo grande abate, che ora gli sembrava un leone accovacciato fiero e dominante. Quando, dopo un certo tempo, una fastidiosa mosca cominciò a volare attorno al piccolo maestro facendo un fragoroso e vibrante rumore, Jules pensò che Yamamoto non stesse sentendo niente, in quanto profondamente assorto. Ma come alla mosca venne l’istinto di posarsi sul monaco per la prima volta, al raggiungere l’altezza del suo volto, Yamamoto più veloce di un fulmine l’afferrò con la mano destra emettendo improvvisamente un terribile urlo di guerra. Il corpulento Jules si alzò dalla sedia spaventato ma il maestro, per la prima volta da quando essi si conoscevano, scoppio letteralmente in una fragorosa risata agitando la mosca prigioniera nel cavo della sua mano con fare vittorioso. Liberato poi il piccolo insetto, si ricompose, si alzò rapidamente e stringendo la mano con gratitudine a un Jules ancora disorientato, inizio a parlare dicendo: «Vede, professor Verne, se la meditazione zen è autentica non provoca sonno, ipnosi, dormiveglia, perdita di coscienza. Ma fa passare il meditante dalla luna al sole in un batter d’occhio, come un autentico samurai sa sfilare la sua spada nello spazio di un fulmine e colpisce, per poi rinfoderarla quando essa ha esaurito il suo compito mortale». Dopo avere chiesto a Jules dei suoi progressi nella meditazione e degli effetti interiori in essa provati, Yamamoto affermò: «Lei ha ragione Jules – e accortosi di averlo chiamato per nome trasalì brevemente per l’emozione come se avesse violato un tabù ancestrale – la discesa della mente nel profondo non è cosa facile, ma lei si è accorto che essa viene potentemente agevolata da questi esercizi. Ma una cosa ancor più grande mi stupisce di lei, quella che sia riuscito a coniare in termini occidentali quella esperienza che noi chiamiamo l’apertura del fior di loto, o del terzo occhio come affermano i guru dello yoga. Non mi stupisco invece che lei tale esperienza l’abbia realizzata così presto, perchè una mano misteriosa la sta guidando nella sua ricerca, di questo ne sono profondamente convinto. Parlando con la sua terminologia, corrispondono a verità le parole dell’esperienza che lei mi ha umilmente sottoposto: quando la discesa della mente nello HARA avviene senza difficoltà o distrazioni, la mente si spegne e si accende la coscienza che voi europei per tanti secoli avete chiamato anima». E, aggiunse felice: «Questo è il sentiero della mente vuota, dove la mente si ferma, si immerge nello HARA e spegnendosi dischiude la coscienza, quel fior di loto che risale fin lì dove prima era stata la mente, generando intuito, penetrazione della realtà, consapevolezza, simbiosi con la natura, vacuità, visione di luce. E anche amore, compassione, beatitudine e gioia. Fino a quando cadrà anche lo stato di illusione e la coscienza si perderà a sé stessa. Come dice il vostro grande e dotto Taulero, arrivati a questo punto si perde anche la percezione psicologica della propria individualità. E così in questo MU, in questa nullità assoluta muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo, l’essere si trasforma in Essere e la piccola coscienza diventa tutt’uno con la Realtà».

   Si videro ancora parecchie volte Jules e Yamamoto, fino a che verso la fine di settembre di quell’anno, il santo abate venne richiamato in patria dalla morte dell’anziano confratello che aveva retto temporaneamente la comunità monastica come vicario. Prima di partire, il santo abate consegnò un biglietto a Jules che lo accompagnava fino a Brest, da dove la sua nave era pronta a levare le ancore per l’Impero del Sol levante. Yamamoto, gli disse di aprirlo quando il veliero avrebbe lambito l’orizzonte. Il biglietto, su carta di riso, conteneva un breve HAIKU, poesia vergata con inchiostro nero in caratteri latini, miscelata di sapienza orientale e occidentale, in cui v’era scritto: «Due aquile che volano, la nostra amicizia non è stata né illusione né materia ma sentiero di Luce e cammino di Realtà verso l’immortalità e l’eterna giovinezza…».

Foto: Idee&Azione

30 dicembre 2022

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