L’origine zoroastriana dell’iconografia dei Re Magi

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di Elisabeth Mantovani

La pericope dei Magi rappresenta, nella vicenda fondante del Cristianesimo, l’apertura al difuori di un orizzonte prettamente occidentale, cioè esclusivamente greco-romano. Lo sguardo si sposta naturalmente su di un panorama fortemente dominato dalla cultura iranica. Durante i secoli dell’impero achemenide i magi divennero un’élite intellettuale dedita ad una grande varietà di funzioni e di specializzazioni tra cui spicca quella di operatori del sacro ed esperti della divinazione dell’interpretazione dei sogni, degli omina celesti e dei presagi.  La fama dei Magi si accrebbe in questo senso in tutta l’area mediorientale nei secoli precedenti la pericope di Matteo e continuò anche dopo nel periodo tardo-antico, durante il periodo sasanide. I Magi fornivano all’impero persiano un’intera equipe di funzionari, consiglieri, giudici e amministratori che metteva in relazione il potere sacerdotale con il potere politico. Questa vicinanza tra il potere temporale e quello religioso – sacerdotale è una costante che pervade tutta la storia iranica e che nel tempo convergerà verso un tema centrale che accomuna i Magi zoroastriani e quelli evangelici: la ricerca del Salvatore. La crisi dell’impero achemenide favorì, nelle dottrine zoroastriane di cui era imbevuta la cultura dei Magi, una spinta predittiva-mantica che avrebbe poi dato origine a una nutrita letteratura apocalittica e favorito il crescere di una mentalità in cui si formalizzavano istanze soteriologiche di attese millenaristiche e di ricerca del redentore/salvatore, speculazioni sul tempo e fenomenologie della rivelazione basate sull’interpretazione di segni e indizi[1].

Al centro dell’attività sacra e predittiva dei Magi c’è la conservazione e la salvaguardia del mondo che si associa alla celebrazione dell’istituto della regalità ed al suo mantenimento. Schermo privilegiato delle osservazioni dei Magi è il cielo in cui si riproducono di continuo i movimenti di stelle, pianeti, luminari, e comete. La millenaria cultura mesopotamica aveva fornito ai sapienti iranici il patrimonio di sapere attraverso il quale leggere il firmamento e il mondo. La sintesi tra iranismo e cultura mesopotamica fu molto significativa e contribuì alla codificazione di tecniche e di linguaggi semiologici nell’interpretazione degli eventi siderali, atmosferici e ambientali al fine predittivo, conoscenze che erano riservate a una ristretta cerchia di specialisti ed interpreti. L’alto grado di specializzazione di questa élite in ambito astronomico e astrologico, le sue differenziate categorie di professionisti e osservatori delle stelle e del cielo, contribuì alla fama secolare dei Magi e ci può fare comprendere la loro adozione da parte dell’evangelista Matteo, quali esperti di segni e di astri[2]. Gli strumenti conoscitivi dell’astrologia e dell’astronomia mesopotamiche furono declinati dall’iranismo verso tematiche sempre più presenti nella mentalità iraniana quali la salvezza e la figura del Salvatore zoroastriano, il Saošyant. A sua volta l’attesa del Salvatore era intrecciata a una mistica della regalità divina e dell’attesa millenaristica conseguenti alla crisi del potere generata dai fatti storici e dai rivolgimenti che avevano reso vacanti le strutture politiche e dinastiche antiche. Matteo ripropone dunque, nella pericope dei Magi, figure, contesti e temi che erano percepiti nell’ambiente del Vicino Oriente mediterraneo e di cui la cultura iranica era mediatrice.

Nel periodo ellenistico l’astrologia iranica si sviluppò integrando le teorie greche a quelle indiane, perfezionando e puntualizzando il metodo delle congiunzioni planetarie anche in base alla suddivisione dei pianeti in benigni e maligni già presente nella tradizione mazdea e zurvanita. Ciò che conosciamo riguardo le teorie astrologiche e astronomiche dell’Iran zoroastriano ci è trasmesso quasi per intero dagli scrittori arabi.  Gli astrologi di corte, nel fare predizioni riguardo alle dinastie, si basavano su giudizi di tipo astrologico. Per le materie più importanti come l’autorità regale e le dinastie, essi utilizzavano le teorie delle congiunzioni, e specialmente la teoria delle congiunzioni dei due pianeti superiori, Giove e Saturno, i quali si congiungono ogni vent’anni.  Giove e Saturno si congiungono per dodici volte all’interno della stessa triplicità per un totale di 240 anni, per poi passare alla triplicità successiva[3]. I dodici segni dello zodiaco sono infatti divisi in quattro triplicità in accordo alla loro appartenenza a uno dei quattro elementi: fuoco, terra, aria e acqua.  Essendo quattro le triplicità occorreranno dunque 960 anni per concludere il ciclo (240 anni x 4).  All’interno della stessa triplicità le congiunzioni avvengono inoltre secondo uno schema preciso, passando da un segno all’altro per poi iniziare nuovamente dal primo.

Sarcofaco esarca Isacio

Sarcofaco esarca Isacio

La teoria delle congiunzioni fu esposta in modo nitido da Ibn Haldūnma la si trova anche in molti altri autori arabi e deve essere stata presente nel mondo iranico anche prima che la dinastia sasanide eleggesse tale sistema come base delle predizioni riguardanti i regni e i regnati. Lo studioso ebreo Isaac Abrabanel nel 1497 riprese gli studi di Pietro d’Ailly e ipotizzò che il Messia fosse nato con una congiunzione di Giove e Saturno nei Pesci. Pietro d’Ailly infatti non considerava l’astrologia inconciliabile con il pensiero cristiano. Nel trattato De concordia astronomiceveritatis et narrationishistorice, egli si dedica all’astrologia storica cercando di mettere in relazione i grandi cicli planetari, e soprattutto le congiunzioni di Giove, Saturno e Marte con i cicli della storia. Le sue tesi furono portate avanti da rabbì Abarbanel che affermò che la stella dei Re Magi dovesse essere qualcosa di diverso: una congiunzione di Giove e Saturno nel segno dei Pesci. Le teorie di Abarbanel furono convalidate dalle scoperte di Johan Keplero. Nel 1603 Keplero assistette ad una congiunzione tra Giove e Saturno e pose importanza nel fatto che la congiunzione fosse avvenuta nella costellazione dei Pesci, da lui ritenuta significativa per le teorie messianiche che si riversavano sulla relativa simbologia del segno dei Pesci. L’anno successivo Keplero notò un evento ancora più rimarchevole: alla congiunzione tra Giove e Saturno si era unito anche il pianeta Marte. Le ricerche riguardo a questa tripla congiunzione lo portarono a calcolare che essa avveniva regolarmente ogni 805 anni. Con ulteriori calcoli Keplero giunse a risalire all’anno 7 a.C. nel quale sarebbe avvenuta una congiunzione tra Giove e Saturno a cui si sarebbe aggiunto, anche questa volta, Marte. Nell’arco di tale anno, secondo Keplero, i pianeti si erano avvicinati in congiunzione per ben tre volte da maggio a dicembre[4]. Nel loro moto angolare i due pianeti conoscono un ‘punto stazionario’, nel quale paiono fermi rispetto alle stelle fisse e, soprattutto per quanto riguarda Giove la cui magnitudo è seconda soltanto a Venere, ciò potrebbe suggerire una possibile interpretazione del passo in cui Matteo afferma «si fermò sopra il luogo»[5]. Secondo Keplero poi, questa congiunzione non sarebbe bastata a giustificare il viaggio dei Magi da Oriente verso il luogo di nascita del Messia, egli li considerava eventi preparatori che sarebbero poi stati avvalorati dall’arrivo di una supernova o di una cometa. Keplero afferma anche che la congiunzione di Giove e Saturno ha avuto inizio nel segno dell’Ariete e dunque ci porta a considerare che l’evento da lui calcolato fosse proprio una Grande congiunzione:

«Iam vero cum Magi venissentIerosolymas principio Iuliani 41. iam ante biennium fere ceperantplanetaecongrediconiunctione maxima in principio Arietis»[6].

Se le ricerche astronomiche aggiungono particolari interessati all’ipotesi della grande congiunzione dei pianeti superiori, gli apocrifi forniscono numerosi e notevoli dettagli sull’origine orientale ed in particolare persiana dei Magi. Due testi latini relativi alla nascita e all’infanzia di Maria e di Gesù, scoperti entrambi nel 1927, e noti come «Codice Hereford» e «Codice Arudel» poiché scoperti uno nella biblioteca capitolare di Hereford e l’altro nella collezione Arudel del British Museum, contribuiscono ad avvalorare l’ipotesi della provenienza persiana dei Magi e, indirettamente, quella che identifica ‘la stella’ con una Grande congiunzione dei due pianeti superiori. «Si tratta di due testi gemelli entrambi largamente dipendenti dallo Pseudo-Matteo», un testo tradotto in latino intorno al V-VI secolo ma la cui antichità doveva essere anteriore. Anche i codici gemelli scoperti nel 1927 sono molto antichi: essi sembrano essere dichiarati apocrifi già alla fine del V secolo[7]. In questi testi infatti si trova la più antica descrizione dei Re Magi: con ampie vesti, pelle scura, «berretti di tipo “frigio”», tipici calzoni all’iranica detti qui sarabarema meglio conosciuti come anaxyrides o saraballae»[8]. Questi indumenti sono attestati da Erodoto e da Senofonte come capi indossati tanto dai persiani quanto dagli sciti; inoltre si noti che l’origine di questi termini è persiana. Seguendo il percorso dei più antichi testi apocrifi che aggiungono particolari per noi degni di nota, arriviamo al VI secolo quando circolava il cosiddetto Vangelo arabo-siriaco dell’Infanziain entrambe le lingue. La versione latina sembra redatta sul testo arabo e ci consegna un particolare di grande importanza per la tesi da noi analizzata: vi si rammenta che esisteva una profezia di Zaradusht (Zarathushtra) circa la nascita del Bambino e afferma che i Magi si erano mossi «dall’Oriente»[9] per questo. Si racconta inoltre come i Magi avessero adorato il Bambino e ricevuto in dono dalla Vergine delle fasce che lo avevano avvolto. Tornati in patria e accolti dai «loro re e dai loro principi», i Magi stabilirono di onorare il dono della Vergine secondo la loro tradizione di adoratori del fuoco: «accesero una fiamma, l’adorarono e vi gettarono sopra la fascia.» Questa non fu distrutta dal fuoco e allora «la raccolsero, la baciarono con devozione, se la posero sugli occhi e sulla testa in segno d’adorazione e la riposero quindi fra i loro tesori»[10]. La presenza di elementi della tradizione zoroastriana è già notevole in questo racconto ma i contatti tra i Magi evangelici e la Persia si fanno ancora più stringenti nella versione siriaca dove si narra che «nella notte stessa della nascita di Gesù, un Angelo fu inviato in Persia dove si stava celebrando una grande festa e i magi, adoratori del fuoco e delle stelle, erano addobbati di paramenti solenni»[11]. I Magi si misero poi in viaggio seguendo la luce di una stella che si era levata sulla Persia e brillava sulle loro teste. I loro re gli domandarono cosa significasse questo prodigio ed essi risposero loro: «è nato il Re dei Re, il Dio degli Dei, la Luce delle Luci: ed ecco un prodigio divino è venuto ad annunziarci la Sua nascita, affinché noi andiamo ad offrirGli doni e ad adorarLo»[12]. Il testo procede raccontando il medesimo episodio della fascia che abbiamo trovato nella traduzione latina dall’arabo ma aggiungendo un particolare notevole: i magi sono «principi» e «figli dei re di Persia».

Adorazione dei Magi capsella Santi Quirico e Giulitta

Se cerchiamo nella lunga storia dell’iconografia dei Magi, l’abbigliamento descritto dallo Pseudo- Matteo le ricerche ci conducono a Ravenna, città che per un certo periodo fu capitale dell’impero e più tardi sede dell’esarca bizantino e dove il culto dei magi doveva essere fiorente e le loro rappresentazioni numerose. La decorazione musiva parietale del lato settentrionale della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo ci offre un’interessante descrizione della processione dei Magi che offrono i loro doni a Cristo Bambino. Il mosaico originale teodericiano doveva rappresentare probabilmente un corteo di dignitari ariani che in seguito al rescritto di Giustiniano del 561 venne condannato alla cosiddetta damnatio memoriae e quindi sostituito da quello delle sante precedute dai Re Magi. I mosaici di Sant’Apollinare Nuovo sono la più nota trasposizione figurativa in cui i Magi appaiono vestiti alla persiana: i Tre Re in fila, guidati da una stella a cinque punte, indossano sfarzose e variopinte brache, mantelli persiani e berretti frigi (fig. 1). Questi mosaici sono inoltre significativi perché riprendono il Vangelo dello Pseudo – Matteo anche in un altro punto: nel testo apocrifo si dice infatti che i Magi visitarono Gesù il quale era assiso su un trono tempestato di gemme ed anche nei mosaici di Ravenna è enfatizzata la natura regale del Bambino. I magi di Ravenna inoltre hanno le mani coperte da guanti secondo una consuetudine persiana volta a preservare il sovrano da ogni possibile contaminazione. Se ci spostiamo all’interno della vicina Basilica di San Vitale troviamo probabilmente una delle fonti dei mosaicisti di Sant’Apollinare: si tratta del fronte di un sarcofago del V secolo reimpiegato nel VII secolo per la sepoltura dell’esarca armeno Isakion e perciò chiamato “sarcofago di Isacio”. Vi è scolpita l’Adorazione dei Magi e questi sono descritti nei loro tradizionali costumi persiani (fig.2). Un’altra probabile fonte si trova al Museo Arcivescovile di Ravenna ed è costituita da una capsella dedicata ai Santi Quirico e Giulitta risalente alla prima metà del V secolo ed originariamente collocata nella chiesa di San Giovanni Battista (fig.3). Questi esempi figurativi della tarda antichità attestano come, già in quel periodo, gli artisti e i committenti pensassero con sicurezza alla provenienza persiana dei Magi più di quanto non accadesse nelle fonti scritte coeve o precedenti. Gli esempi portati sinora convergono nella direzione che l’astro della pericope di Matteo e soprattutto quello degli scritti apocrifi coevi o di poco posteriori, possa identificarsi con una Grande congiunzione di Giove e Saturno.

Processione dei Medi sulla scalinata di Persepolis

La tradizione figurativa relativa alla vicenda dei Magi può essere fatta risalire già al II secolo: ne troviamo esempi in alcune catacombe romane come quelle di Priscilla, di Pietro e Marcellino, di Domitilla. I Magi vi si trovano in numero variabile, figurati in una processione che ricorda un topos iconico persiano: la teoria dei popoli assoggettati che si presentano come supplici dinanzi al conquistatore offrendo tributi (fig. 4). Le prime rappresentazioni figurative dei Magi trovano grandi analogie con le scene scolpite sulla scalinata della Sala delle Udienze a Persepoli (Apadâna). Questa sala,iniziata da Dario I, fu completata da Serse I (519 a.C. – 465 a.C.) a cui si deve la decorazione delle scalinate nord ed est con le processioni degli offerenti. L’Apadâna è l’edificio più grande dell’antica capitale achemenide ed era utilizzato principalmente per i ricevimenti di tutti i rappresentanti delle nazioni assoggettate dall’Impero persiano: sulle scalinate, decorate da Serse I, possiamo vedere scolpiti questi ambasciatori mentre portano doni al sovrano achemenide (fig. 5). A questa sala di rappresentanza appartiene anche un interessante rilievo in cui sono raffigurati i rappresentanti dell’Armenia mentre offrono al sovrano il loro famoso vino (fig. 6). Questi portano il berretto frigio così come lo si ritrova nell’abbigliamento dei Magi raffigurati nei rilievi e nei mosaici ravennati. Le stesse processioni dei rappresentanti dei popoli dell’Impero le ritroviamo nei rilievi del Tachara, o Palazzo di Dario. Se «le decorazioni della scalinata sud presentano dei simboli di Norouz»[13], «le parti ascendenti rappresentano dei medi e arachosi che portano animali, barattoli e bottiglie. Questi sono probabilmente sacerdoti provenienti da luoghi sacri zoroastriani, come il lago di Urmia in Media e il Lago di Helmand in Arachosia, che portano oggetti necessari per le cerimonie»[14]. Le sorprendenti analogie, nel ritmo compositivo e nell’abbigliamento delle figure degli offerenti, ci riportano a Ravenna, città nella quale le raffigurazioni dei Magi dovevano essere numerose già nel V secolo.

Gli Armeni offrono il loro vino al sovrano achemenide

È in questo periodo che la stella dei Magi compare come un astro a cinque punte: troviamo questo tipo di descrizione in due formelle facenti parte della Cattedra d’avorio di Massimiano, conservata al Museo Arcivescovile di Ravenna e risalente a questo periodo. Una stella a otto punte guida invece i magi anche nei già citati mosaici di Sant’Apollinare Nuovo risalenti all’epoca giustinianea, ovvero la seconda metà del VI secolo. Seguendo le trasformazioni iconografiche, la stella dei Magi diventa una cometa soprattutto grazie a Giotto che rimane colpito dal passaggio della cometa di Halley nei cieli del 1301. La raffigurazione della cometa nell’Adorazione e nel Viaggio dei Magi da Giotto in avanti, porta dunque con sé la testimonianza di un evento astronomico occorso nei cieli del 1301 di cui il pittore, grande naturalista, ritrasse la memoria. Questo motivo non poteva essere tratto dalla letteratura antica o medievale in quanto l’astrologia antica, medievale e finanche al Seicento, ha sempre considerato il passaggio delle comete in modo molto negativo: foriere di grandi rivolgimenti che si configurano nell’ordine di catastrofi naturali, rivolgimenti politici, morti eccellenti, epidemie e carestie. Il Centiloquim di Tolomeo è a questo riguardo una delle fonti principali dell’interpretazione delle comete nella letteratura astrologica e contiene un lungo elenco delle sventure che esse possono arrecare. Un altro passo significativo è contenuto nel Tetrabiblos, probabilmente fonte principale del Centiloquim:

Per il pronostico generale è buona norma osservare anche la formazione di comete, sia durante l’eclissi che in altri tempi: i cosiddetti fagiolini o trombe o orci, eccetera, si accostano negli effetti a Marte e a Mercurio: guerre, siccità, condizioni turbolente con le relative conseguenze; le parti dello zodiaco in cui appaiono le loro formazioni e la direzione della coda indicano i luoghi minacciati dall’evento“[15].

Giotto dunque non si era potuto ispirare alle fonti letterarie contemporanee o anche a quelle più antiche, poiché queste gli avrebbero suggerito di non raffigurare una cometa bensì una grande stella così come era stato rappresentato sino ad allora l’astro dei Magi.

Persepolis processione offerenti

Le ricerche condotte nell’ultimo secolo, anche in base al ritrovamento di antichi apocrifi, ci portano ad avvalorare oggi l’ipotesi che l’astro raffigurato fino al Trecento fosse la trasposizione, tramandatasi per migrazione delle fonti e dei simboli, in molti casi dunque non una rappresentazione cosciente degli artisti e molto probabilmente nemmeno dei committenti, di una Grande congiunzione tra Giove e Saturno, ovvero un evento di importanza tale da segnare l’inizio di un nuovo ciclo della storia. L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova attraverso cicli alternati di decadenza e di rigenerazione era comune alle culture che convivevamo nel Medio e Vicino Oriente nei primi anni della nascita di Cristo, i Magi, fedeli seguaci o addirittura diretti discendenti di Zarathushtra, avrebbero favorito il diffondersi di queste idee in senso messianico. La concezione iranica di questo Tempo Increato radice di tutte le cose, Zurvan Akanara, in cui ogni cosa periodicamente si rinnova, del cielo, dimora di Ahura Mazda, dal quale i sapienti possono cogliere i segni di queste alterne vicende attraverso il moto degli astri, si arricchì, grazie alla scienza dei Magi, di un messaggio messianico: ognuna delle ere di rigenerazione avrebbe dovuto essere guidata dalla figura di un salvatore divino. Poco prima della nascita di Cristo non solo lo zurvanismo mazdaico partecipava a questa attesa ma anche l’ebraismo, il mithraismo e il buddhismo, ovviamente ognuna di queste correnti con premesse diverse. Nonostante le diversità che caratterizzavano singolarmente queste tradizioni, la vicenda dei Magi è emblematica dell’intreccio di relazioni tra Mediterraneo, Vicino e Medio Oriente che si intessevano intorno all’epoca della nascita di Cristo foggiando il tessuto di culture diverse ma con un sostrato di credenze, simboli e culti che presentavano analogie e similitudini. Basti pensare che nel mazdaismo seguito dai Magi, l’ultimo Saoshyant (Salvatore) sarebbe dovuto nascere da una Vergine discendente da Zarathusthra e «avrebbe condotto in sé la resurrezione universale e l’immortalità degli esseri umani»[16]. Interessante anche il parallelismo tra alcuni elementi della nascita di Mithra, divinità sorta in seno allo zurvanismo iranico, e quella di Cristo: entrambi nati in una grotta. La pericope dei Magi e i suoi successivi sviluppi nella letteratura e nell’iconografia delle opere d’arte, ci appare dunque come un invito all’indagine e alla riflessione riguardo agli intrecci culturali che foggiano il tessuto delle consuetudini figurative e letterarie di Occidente e Oriente, consuetudini che, lungo l’indagine, troveremo molto spesso più vicine di quanto oggigiorno ci appaiano.

Note:

[1]Cfr A. PIRAS, I magi zoroastriani e i segni dei tempi in La Luce della Stella, I Re Magi fra arte e storia, a cura di A.Bedini et alii, Milano,Mimesis, 2017, p. 38.

[2] Ibidem.

[3]Forecasting the future of dynasties and nations, including a discussion of predictions (malȃhim) and an exposition of the subject called ‘divination’ (jafr” Ibn Haldūn 1958: II, 200) cit. in S. BUSCHERINI, 2013, p.58.

[4]Cfr.J. KEPLERO,De vero anno quo aeternus Dei Filiushumanamnaturam in utero benedictae

Virginis Mariae assumpsit, Francoforte, Tip. G. Bringer, 1614, pp. 96 – 97.

[5]Mt, 2,9.

[6]J.KEPLERO, 1614, p. 97.

[7]Cfr.F. CARDINI, I Re Magi. Storia e Leggende, Venezia, Marsilio, 2000, p. 25.

[8] Ibidem.

[9]Vangelo arabo-siriaco dell’Infanziacit. in F. CARDINI, 2000, p. 27.

[10] Ivi, pp. 26-27.

[11]Ivi,p. 27.

[12]Ibidem

[13]W. F. DUTZ, S. A. MATHESON, Parsa. Persepolis. Archaeological sites in Fars, Teheran,Yassavoli Publications, 1998, p. 64.

[14] Ibidem.

[15]C.TOLOMEO,Tetrábiblos, a cura di S. Ferioli, Rocca San Casciano (FO), Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2001, p. 157.

[16] F. CARDINI, 2000, p. 19.

Pubblicato su Pagine Filosofali 

Foto: Pagine Filosofali

8 gennaio 2023

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