Morte e Rinascita tra il mito di Taliesin, la Fenice e la storia della vita sulla Terra

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di Fabrizio Manco

“La terra non deve morire, deve vivere! … ma c’è qualcosa di malsano che la sta uccidendo: la specie umana, una piccola creatura vivente. La sua evoluzione ha preso una piega sbagliata.  La specie umana risorgerà per edificare una nuova civiltà… deve ritornare ad essere nulla per potere rinascere ad una nuova vita…. (1).

 

Introduzione

Nonostante abbia già scritto molto sul tema della Morte e Rinascita, in particolare sul mio testo intitolato L’origine e l’evoluzione della vita, Morte e Rinascita tra scienza, filosofia e cinema, ho comunque pensato che su questo tema ci sia ancora tantissimo da dire. Soprattutto nel mito, nella mitologia e nel cinema di animazione, per non parlare della grande musica classica, dove il tema della Morte e della Rinascita è onnipresente. Morte e Rinascita che si accompagnano in modo prepotente anche ad un altro grande tema a me caro: il rapporto tra Apollineo e il Dionisiaco, anche questo tema trattato e individuato in alcuni miei scritti. Nel mio scritto precedente tanti collegamenti non erano stati fatti, e quindi adesso con questo testo ho cercato di colmare la lacuna. Questo mio nuovo saggio/ studio analitico, vuole quindi esplorare per la seconda volta questo tema, attraverso varie opere e autori, vari argomenti e temi, che ancora una volta comporranno un mosaico di situazioni e collegamenti tra varie discipline e tra varie culture.  In particolare sono tre le opere che sono state di fondamentale importanza per il mio saggio: La Fenice (1954 – 1988, edizioni  J- pop ),  di Osamu Tezuka (1928 – 1989) ,  L’eroe dai mille volti (prima Edizione 1949 , Edizioni  Lindau 2012) di Joseph Campbell (1904- 1987) e L’ultimo viaggio: La Coscienza nel mistero della morte: dagli antichi riti sciamanici alla nuova cartografia della mente ( Edizioni  Feltrinelli), libro dello psicologo e psichiatra Ceco Stanislav Grof (1931-….). Ma oltre ai testi citati, ci sono anche altri testi che li ritengo molto importanti per il tema suddetto come, per esempio, il testo di Echart Tolle, Il potere di Adesso: una guida all’illuminazione spirituale (Edizioni Mylife, 2013). Alcune parole come Morte, RinascitaPrincipio Primo e Divenire, li ho scritti con la lettera iniziale maiuscola, per sottolineare che si tratta di concetti filosofici e non di semplici parole. Chiarito questo, passiamo alla trattazione.

Parte prima:

Il mito Celtico dell’eroe Taliesin e il suo significato allegorico della Morte e Rinascita

Il grande studioso americano di miti Joseph Campbell (1904- 1987), nella sua pietra miliare L’ eroe dai mille volti (Edizioni Lindau 2012), descrive e analizza tutti i miti e gli eroi di tutte le tradizioni mondiali: da quella Celtica a quella Amerinda, da quella Giapponese a quella Cinese, dalle tradizioni africane e quelle russe. Nel capitolo intitolato Il ritorno, dedicato al tema dell’eroe che ritorna nella quotidiana vita di ogni giorno dopo essere disceso negli Inferi, si parla dell’eroe Celtico Taliesin. L’eroe Celtico Taliesin incarna perfettamente l’archetipo di Morte e Rinascita. Taliesin è un eroe bambino. È quindi un Puer Aeternus. Da ricordare che la maggior parte dei miti che hanno come protagonista un Puer Aeternus (Tammuz, Il piccolo principe, Son Wukong), narrano la storia di un grande eroe: perché il vero eroe è un Puer Aeternus.   La storia di Taliesin è un intreccio di leggenda e realtà.  Secondo le testimonianze e le fonti letterarie, Taliesin (534 D. C. – 599 D. C.), è stato un poeta, piu’ precisamente un bardo di lingua gallese.  Secondo le fonti avrebbe scritto numerosi poemi, e secondo alcuni studiosi di letteratura Celtica, sarebbe stato uno dei principali maestri di corte di tre della corte britannica del Galles. La figura del Taliesin mitologico invece, nasce tra il Decimo secolo D. C.  e il Sedicesimo D. C. con il cosiddetto Libro di Taliesin (Decimo secolo D. C.) e Il racconto di Taliesin (Sedicesimo secolo D. C.). Nel libro di Taliesin troviamo numerosi componimenti, tra i quali circa 12 sono stati composti dal Taliesin poeta realmente esistito. Durante il Sedicesimo secolo, la revisione in chiave mitologica del poeta Taliesin da parte di Elis Gruffydd (1490- 1552), il quale fu uno storico, un traduttore e un trascrittore, diede definitivamente il volto mitologico di Taliesin, con l’opera Il racconto di Taliesin (1552), contenuta nell’opera di cronaca universale intitolata Chronicle of the six Ages (1552), che va dalla storia di Adamo ed Eva fino all’anno 1552.

Elis Gruffyd racconta il mito riportato da Campbell nell’opera L’eroe dai mille volti. Taliesin attraversa molteplici nascite e morti. Per la prima volta appare nel mondo come Gwion Bach, il quale dimorava nella famiglia dei Ceridwen. Ceridwen era una strega, una donna che creava pozioni magiche.  Infatti, nel racconto, la strega stava preparando una pozione magica per fare diventare di bell’aspetto suo figlio Morfran.  La strega, quindi, ingaggia un uomo cieco per reggere la fiamma sopra la quale era posizionato il calderone, mentre alla prima versione di Taliesin, cioè Gwion Bach, fu affidato il compito di mescolare con il grande cucchiaio la pozione magica. Ma la strega Ceridwen proibi’ anche di assagiare la pozione: perche’ le prime tre gocce danno la saggezza, ma tutte le altre danno avvelenamento. Ma  mentre Gwion Bach girava la pozione, tre gocce schizzarono sulla sua mano, ustionandola.  Per istinto Gwion Bach si mise la mano in bocca, e subito le tre gocce gli diedero una grande saggezza.  La strega Ceridwen a quel punto divenne furibonda, e incomincia a inseguire Gwion Bach per tutto il regno, perché non poteva accettare che una persona di rango inferiore avesse il potere della saggezza.

Quando la strega Ceridwen insegue Gwion Bach, egli inaspettatamente si trasforma in un coniglio, in modo da essere più agile nella fuga. Sappiamo infatti che i conigli e le lepri sono degli animali molto veloci nella corsa. La strega Ceridwen quindi si trasforma in un cane.  Quando Gwion Bach trasformato in coniglio arriva nei pressi di un fiume, diventa un pesce, e a quel punto la strega Ceridwen si trasforma in una lontra. Dopo la trasformazione in pesce, Gwion Bach diventa un uccello, ma la strega diventa a sua volta un uccello rapace, un falco. Gwion Bach così tenta l’ultima carta, e da uccello decide di trasformarli in un chicco di grano, gettandosi in mezzo al granaio di una fattoria. La strega Ceridwen quindi si trasforma in una gallina, la quale divora tutti i chicchi di grano del granaio, compreso Gwion Bach.  Dopo qualche mese, la strega Ceridwen, tornarta alle sembianze umane, avverte di essere incinta: è Gwion Bach, che sottoforma di chicco di grano sta germogliando dentro di lei.  Quando Gwion Bach rinasce con le sembianze di neonato, la strega voleva inizialmente ucciderlo, ma vista la sua bellezza decide di abbandonarlo nelle acque marine avvolto in una sacca di pelle. Nel mare aperto il bambino Taliesin galleggia nelle acque aperte, finché non viene trovato da un giovane pescatore di nome Elphin, figlio di Gwyddno Garanhir. Quando Elphin prese il bambino dalle acque lo chiama Tel iesin, nome che in lingua Celtica significa “Dalla fronte smagliante”, poiché osservò subito la bianca fronte del neonato, il quale lo mise in una cesta per il pesce era triste perché pensa subito a suo padre, il quale lo avrebbe sicuramente rimproverato per essere tornato a casa con un neonato: cosa poteva farci con un neonato?”. Ma subito il Taliesin neonato inizia un canto con le seguenti affermazioni rivolte a Elphin, al quale predisse onori, gloria e ricchezza:

“Oh! bell’ Elphin, smetti di lamentarti!

Nessuno deve essere insoddisfatto di ciò che ha!

Disperarsi non reca alcun vantaggio. 

Nessuno vede ciò che lo sostiene. 

Debole e piccolo come sono, 

Sulla spumosa spiaggia dell’oceano, 

Nei momenti difficili, io ti sarò più utile di trecento salmoni! “(2)

La piccolezza del bimbo nasconde in realtà una immensa potenza. La versione da infante di Taliesin consiglia al pescatore di affidarsi alle leggi meravigliose della natura e da esse con fiducia trarre il giovamento:

“Buon Elphin, asciuga le tue guance!

Tale dolore non diventa te!

Anche se ti credi imbrogliato il dolore eccessivo non porta a nulla;

E nemmeno dubitare dei miracoli di dio. 

Anche se sono piccolo, sono abile.

Dal mare e dalla montagna, dalle profondità del fiume, 

Dio concede i suoi doni ai benedetti.

Elphin dalla nobile generosità,

Non essere triste per ciò che hai perso!

Anche se sono debole sul fondo del mio cesto,

Ci sono meraviglie sulla mia lingua!

Mentre veglio su di te, nessun grande bisogno ti sovrasterà,

Ricordati della Trinità, e niente ti sovrasterà!” (3).

Elphin incredulo e ancora triste si reca da suo padre, il quale chiede al figlio Elphin che cosa avesse pescato. Elphin risponde che ha trovato un bardo neonato di nome Taliesin, e il padre risponde “A che cosa ti frutterà? “.  E Taliesin risponde che “gli frutterà più di qualunque altra diga gli possa fruttare!”; il padre di Elphin, Gwiddno rimase sbalordito e chiese al piccolo Taliesin:” tu così piccolo sai già parlare?”; “io so parlare meglio di quanto tu sappia interrogare!”, risponde Taliesin.  E Gwyddno allora chiede al piccolo Taliesin di fare un discorso. Taliesin intona così una canzone di argomento filosofico. Ma un giorno, quando il re organizza una radunata alla sua corte, Taliesin intona un canto dove narra tutte le sue avventure e le sue origini. Taliesin racconta il contenuto delle sue imprese, ma non è vanagloria e quindi vanità’, ma è la sua energia rinnovativa e rinnovante, che attraversa tutti i cicli e i regni dell’esistenza. Con le sue numerose trasformazioni il bardo Taliesin muore e rinasce diverse volte, in un ciclo eterno di rinascita e trasformazioni. Il personaggio mitico di Taliesin, quindi, è molto simile a quello della Fenice del ciclo del manga di Osamu Tezuka (1928 – 1989), la quale è continuamente in trasformazione e in Rinascita, pur mantenendo inalterato il suo potere immenso, la sua essenza e la sua forma. Il neonato Taliesin è quindi l’essenza del Puer Aeternus: un archetipo universale che narra di un bimbo con capacità fisiche immense e dotato anche di immensa saggezza e sapienza. Infatti, tutti gli eroi nella loro infanzia sono caratterizzati da questi poteri che spesso si manifestano nei primissimi anni di vita.  Nel mito di Ercole, si narra che ancora in fasce nella sua culla, il neonato eroe strangola i due serpenti inviati per ucciderlo, oppure la nascita della galassia, si deve sempre alla precoce forza di Ercole, che sempre quando era ancora infante, mentre poppava il latte dal seno di sua madre Era, strinse talmente forte il capezzolo che una goccia di latte schizzo’ nel cielo, dando così origine alla galassia, il quale nome significa appunto “Lattea”, dal greco Galaxis.

Altri eroi della mitologia contemporanea e popolare come quella dei fumetti e dei film di animazione e cartoni animati, ritraggono lo stesso archetipo di eroe che già da fanciullo possiede capacità straordinarie.  È il caso del personaggio di Goku, creato da Akyro Toryama basandosi sul protagonista Sun Wukong, dell’opera Lo scimmiotto o Il viaggio in occidente, considerata un classico immortale della letteratura cinese. Fin da fanciullo Sun Wukong e Goku del manga di Akyro Toryama, possiede una forza aldilà di ogni immaginazione, capace di sconfiggere qualunque nemico gli si pari dinnanzi al suo cammino. Altri fanciulli dotati di una forza straordinaria fin dalla più tenera età sono il guerriero fanciullo della tradizione Celtica chiamato Cuchulainn, e Kullervo, della tradizione Scandinava, la quale storia viene narrata nel poema Scandinavo Il Kalevala, e ripreso anche da Tolkien in un suo lavoro giovanile intitolato La storia di Kullervo.  Tornando al fanciullo Taliesin, riporto il suo discorso alla corte del re, che si trova nel magnifico libro di Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti:

“Io sono un bardo di Elphin, la mia regione, è quella delle stelle estive…

Io ero con nostro Signore nelle più alte sfere,

Quando Lucifero cadde nelle profondità dell’inferno;

Io ho recato uno stendardo davanti Alessandro,

Io conosco i nomi delle stelle da Nord a Sud;

Io sono stato sulla galassia nel trono del Distributore,

Io ho istruito i profeti Elia ed Enoch;

Io sono stato sul luogo della crocifissione del nostro glorioso Figlio di Dio,

Io sono una meraviglia, la cui origine è ignota;

Io sono stato in India quando Roma fu costruita,

Io ho assistito la distruzione di Sodoma e Gomorra;

Io vengo ora qui dalle Rovine di Troia,

Io sono stato sulla mangiatoia insieme al mio Signore;

Io ho dato la forza a Mosè attraverso le acque del Giordano,

Io ho ottenuto l’ispirazione dal paiolo di Carywden;

Io ho suonato l’arpa per Lleon di Lochlin;

Io sono stato allevato nella terra delle Divinità,

Io sono stato il maestro di tutte le intelligenze;

Io sono in grado di istruire tutto l’universo! …

Poi rimasi per nove mesi nel grembo della strega Ceridwen,

 

In origine ero il piccolo Gwion….

E adesso sono Taliesin “(4).

 

Il significato nascosto filosofico del racconto di Taliesin 

Le parole del bardo Taliesin nascondono ovviamente un segreto.  Il segreto della morte, della rinascita e della trasformazione continua della vita. Taliesin in realtà è il Principio Primo eterno, immutabile, immanente e trascendente.  È il principio dell’Essere Parmenideo che si incarna di epoca in epoca.  Il primo principio che ha dato origine a tutto quello che esiste nella realtà: anzi tutta la realtà stessa è sorretta da questo principio universale, che dai primi istanti dell’universo fino a questo momento, non smette di creare e generare vita. Il principio primo, l’Uno Plotiniano, il principio intelligente e universale, era già presente nei primi millesimi di secondo dell’universo, nelle prime stelle, nei primi agglomerati delle galassie, nei primi miliardi di anni dell’universo.  Nella prima galassia con un sistema solare e nei primi sistemi solari; nel nostro sistema solare e nel nostro pianeta Terra.  Nelle primissime forme di vita unicellulari che apparvero sulla terra circa 600 milioni di anni, durante il periodo Proterozoico. Il principio dell’Essere continua a esprimere sé stesso attraverso le successive epoche geologiche della Terra. Nel Proterozoico superiore, cioè tra i 620 e i 550 milioni di anni fa, iniziano le prime forme di evoluzione di organismi pluricellulari, ancora una via di transito tra organismi animali e piante. Tra questi primi organismi pluricellulari troviamo la Dickinsonia costata, Cyclomedusa, Ovatoscotum e Tribrachidium heraldicumquesti organismi pluricellulari sono stati classificati nel gruppo della Fauna di Ediacara.  Nel Cambriano,  cioè  il periodo geologico che inizia circa 540 milioni di anni fa,  ha inizio la cosiddetta  Esplosione del Cambriano,  dove appaiono le prime forme di vita pluricellulare strutturate con gusci duri e scheletri: le testimonianze  fossili ci hanno conservato  esemplari molto bizzarri come Opabinia, una creatura con cinque occhi,  Hallucigenia,  una piccola  creatura  con delle  lunghe spine , la Wiwaxia, dalla forma di una frittella , la Canadaspis, dalla quale si evolse il ramo degli artropodi e la Pikaia Gracilens,  già  dotata di una primitiva colonna vertebrale o notocorda, dalla quale  provengono tutte le creature vertebrate e dotate quindi di colonna vertebrale.

Il principio eterno e universale continua a manifestarsi nel Devoniano, circa 400 / 385 milioni di anni fa, con la trasformazione dei pesci sarcopterygii come l’Eusthenopteron, il quale possiede delle pinne carnose e sostenute da un robusto osso e il midollo osseo, che è assente nei pesci.  Quando questi pesci iniziano la loro vita sulla terraferma, inizia lentamente a formarsi il ramo dei primi anfibi, come l’Acanthostega gunnari (Jarvik, 1952), l’Ichtyostega (Save- Soderbergh, 1932) e il Tiktaalik rosae (Shubin, Jenkins and Daeschler, 2006), i quali lentamente si trasformano nei primi rettili amnioti, cioè quei primi rettili capaci di deporre le uova con il liquido amniotico. Queste preziose creature sono le specie Casineria kiddi e Westlothiana lizziae. Ed è da questa linea di rettili che si originarono i primi dinosauri e i primi mammiferi, i quali anche se all’inizio deponevano ancora le uova, successivamente riuscirono a creare un sistema per fare crescere il feto al loro interno: la placenta. La maggior parte dei mammiferi, compresa la nostra specie, sono mammiferi placentari (Eutheria, Huxley 1880), e discendono dai primi antenati mammiferi placentari come le specie Eomaia scansoria (Ji et Al.  2002) Juramaia sinensis (Zhe Xi Luo, Chong Xi Yuan et Al., 2011), i quali erano insettivori, vivevano negli alberi bassi e nella bassa vegetazione, con abitudini prevalentemente notturne per sfuggire ai dinosauri dromeosauri che li cacciavano in modo abbondante. Anche se la storia della vita sulla terra è punteggiata da numerose estinzioni che si ripetono ad un ritmo ciclico nel corso di milioni di anni, l’Essere creativo, il Principio Primo eterno creativo non si ferma e non si blocca. Fin dalla formazione della terra, infatti, la sfera terrestre ha subito cataclismi e numerose estinzioni, le quali molto sono state fatali per la vita sulla terra.  Il periodo della Terra a palla di neve, che è compreso tra i 590 e i 900 milioni di anni fa.  La vita si estinse nel Precambriano e nel Cambriano, lasciando soltanto dei pochi discendenti a continuare le specie.  La vita si estinse quasi completamente nel passaggio tra Permiano / Triassico, dove si calcola che si estinsero quasi il 57 % delle specie viventi che popolavano all’epoca la terra; circa il 70 % dei vertebrati, compresi gli insetti, e circa l’80 % delle creature marine. Tuttavia, la vita, nel giro di 10 milioni di anni, riprese a popolare la terra con nuove specie di esseri viventi.  Il principio primo di morte e rinascita vive in eterno. Subito dopo l’estinzione del Permiano/ Triassico, nel Mesozoico, anche i mari ricominciarono a popolarsi, con i rettili marini, che si evolsero in Ittiosauri, Pliosauri, Plesiosauri e Mosasauri, i quali erano vivipari, cioè come i futuri mammiferi, partorivano i cuccioli vivi.

 

Esempi di morte e nascita nella storia della vita. 

Molti fossili di Ittiosauri, come quello dell’Ophthalmosaurus (Seeley, 1874), una specie di Ittiosauro vissuta nel tardo Giurassico, registrano perfettamente il connubio della morte e della nascita nello stesso istante: il fossile in questione mostra un Ittiosauro morto mentre stava partorendo un cucciolo, morto a sua volta mentre stava uscendo alla luce.  Nel momento in cui si nasce si è già morti. Lo sa bene la nostra società, dove i bambini appena nati sono subito etichettati attraverso schemi mentali dell’ego, che non fanno altro che fare morire i neonati prima ancora di nascere, e di conseguenza gli adulti sono dei morti che camminano sulle strade e sui marciapiedi. Molti resti fossili di dinosauri, in particolare quelli degli Oviraptor philoceratops (Osborn, 1924), furono scoperti in posizione di cova con ancora le uova e gli embrioni fossilizzati all’interno: gli embrioni all’interno erano ancora alle prime fasi della loro formazione embrionale. Altri fossili che immortalano la morte e la nascita sono. La donna di Ostuni: si tratta di un fossile di un individuo di sesso femminile, appartenente alla popolazione dei Cro-Magnon che arrivarono fino nella parte meridionale dell’Italia durante il periodo Gravettiano, circa 27. 000 anni fa.  Il reperto in questione, scoperto per caso dal paleoarcheologo Italiano Donato Coppola nel 1991, nella grotta di Santa Maria di Agnano, presenta una donna morta per una complicazione legata alla gestazione, mentre era incinta di otto mesi.  All’interno del suo corpo, infatti, furono scoperti anche i resti dello scheletro del feto.

Nel mondo dell’arte, sono innumerevoli i riferimenti alla morte e alla nascita: fra tutti forse il dipinto del pittore Austriaco Egon Schiele (1890- 1918), La madre morta (1910).

Il critico d’arte Marco Vozza, in un suo scritto pubblicato sulla rivista Humanitas 54 (5 / 1999, dal titolo il senso della fine nell’arte contemporanea (L’apocalisse della storia), afferma a tal proposito che:

“Egon Schiele sa che tutto ciò che vive è anche morto, porta con sé il suo esistenziale compimento, fin dall’istante del suo concepimento. Come attesta il dipinto di Egon Schiele, “La madre morta” (1910), dove il grembo compare come un lugubre mantello, un involucro mortuario che racchiude “l’essere per la morte “del nascituro” … (5).

Le parole di Marco Vozza descrivono filosoficamente il dipinto di Egon Schiele.  Ma il pittore austriaco è come se volesse trasmettere il messaggio che la vita, e tutto ciò che vive ed è vivo, è allo stesso tempo morte, in quanto la vita nello stesso istante in cui si manifesta, è soggetta alle leggi distruttive del tempo, quindi alla vecchiaia e alla morte e alla degenerazione entropica di ogni cosa. Dietro il mondo Apollineo, cioè la vita e la sua bellezza, si nasconde il Dionisiaco, cioè la distruzione, il lato orrido dell’esistenza con tutto il suo carico distruttivo. Dopo l’estinzione dei dinosauri avvenuta alla fine del Cretaceo, durante il Maastrichtiano, 65 milioni di anni fa, il Principio primo continua a vivere nei mammiferi e in tutte le altre forme di vita non colpite dell’estinzione, e quindi a evolversi e a prosperare. I mammiferi si evolvono e si differenziano in varie specie, così come gli uccelli, gli insetti e i vertebrati marini come i primi cetacei.  Su un ramoscello del grande ramo dei primati, una specie di ominide, inizia il suo cammino che la porterà alla consapevolezza: il Principio Primo eterno diventa in Homo Sapiens piena consapevolezza.

Esso si manifesta nei primi manufatti per la caccia, nelle pitture rupestri trovate nelle grotte delle prime civiltà; nello sviluppo dell’agricoltura e delle prime città fino alle prime organizzazioni statali con le prime leggi scritte e con la nascita della scrittura. La storia della vita sulla terra è della specie umana è un eterno gioco di morte e rinascita. Le civiltà e le specie viventi sorgono e tramontano, lasciando dietro di sé le vestigia di un passato lontano. La stessa legge è valida nei corpi celesti, nelle stelle e nelle galassie. Tutto ciò che esiste nell’universo è regolato dalle leggi della morte e della rinascita, che non sono dei meri concetti filosofici astratti, ma due leggi fondamentali delle forme manifestate. Se si vuole dare una interpretazione filogenetica al mito di Taliesin, possiamo azzardare che le sue peripezie caratterizzate dalla metamorfosi, ripercorrono gli stadi evolutivi e filogenetici della terra: da essere umano regredisce allo stato di coniglio, cane e lontra, successivamente regredisce allo stato di uccello, trasformandosi in falco e in gallina, fino a diventare un semplice chicco di grano, facendosi divorare dalla strega Ceridwen. Una volta diventato chicco di grano, Taliesin è come se fosse morto. Ma soltanto la sua forma è morta, mentre la sua essenza continua a vivere. Ed è proprio questa essenza primordiale, onnipresente e sconosciuta, che farà rinascere Taliesin.

Il ventre della donna nella simbologia psicoanalitica e nella simbologia universale rappresenta la tomba, la terra oscura che accoglie silenziosamente il seme.  Non è un caso che lo spermatozoo quando finalmente entra penetrando all’interno dell’ovulo, perde la sua coda, il suo prezioso flagello che fino a quel momento lo aveva guidato alla meta: per rinascere bisogna morire; per rinascere è necessario perdere una parte di sé, discendere nel nulla e mutare forma. Soltanto attraversando il nulla si può creare una nuova vita. Ed è ciò che succede a Taliesin. All’interno del ventre della strega, sottoforma di chicco di grano inizia a germogliare assumendo le sembianze di un feto e quindi di un bambino. Una volta nato la strega lo affida alle acque, che contengono la simbologia del liquido amniotico.  Le acque del mare in psicologia e psicoanalisi rappresentano il liquido amniotico. E il liquido amniotico e la placenta rappresentano le profondità dell’oceano.  Dalle acque il neonato Taliesin rinasce come bardo, e ricomincia una nuova vita.  Ma è soltanto l’ennesima, poiché come abbiamo visto, Taliesin ha subito innumerevoli metamorfosi e trasformazioni che attraversano tutte le epoche. Questo concetto, cioè l’essenza primordiale eterna e immortale che si propaga nelle epoche della storia della vita sulla terra è della storia della specie umana, è rappresentato in immagini nel film di Stanley Kubrick ( 1928- 1999), Odissea nello spazio ( 1968), basato sul bellissimo romanzo omonimo di Arthur  Charles Clarke (1917- 2008) : nel prologo del film,  l’alba dell’uomo,  una delle scene più famose della storia del cinema , si osserva un gruppo di Australopithechi intenti a cacciare; ma all’improvviso uno di loro lancia nel cielo un pezzo di osso di animale che lentamente si trasforma in una astronave. Queste immagini rappresentano la sintesi dell’evoluzione umana tramite lo spirito creativo che si proietta in alto.

Ma il finale del film, e anche del libro, rappresenta un’altra immagine particolare: il feto Starchild, ovvero Il bambino delle stelle.  Quando David Bowman a bordo dell’astronave osserva varie versioni di sé stesso, si accorge dell’ultima versione, quella di David Bowman ormai vecchio. Il vecchio Bowman cerca di toccare il monolite nero, ma si trasforma in un feto fluttuante, un feto cosmico che rappresenta la rinascita della vita umana, una promessa di una nuova umanità.  Niente muore, ma tutto rinasce e si rigenera all’ infinito sottoforma di numerose forme. Ma l’essere primordiale rimane immutato. Il ventre materno, come abbiamo visto prima, è una tomba, quindi un luogo di morte, da dove però nasce la vita.  Di conseguenza anche l’uovo, il simbolo cosmico della Rinascita universale in tutte le culture mondiali, è allo stesso tempo una tomba e un luogo di nascita. L’embrione, così come nel ventre materno, anche nell’uovo è come se fosse morto, perché è statico: ma allo stesso tempo sta nascendo per una nuova vita, o meglio, si sta preparando alla vita. L’ incubazione è quindi una sorta di morte apparente. Anche il ciclo dello sviluppo larvale di alcuni insetti come le cicale (Cicadidae, Westewood, 1840), i famosi insetti che cantano nelle notti di estate piene di caldo , è una sorta di morte in attesa della Rinascita: le larve di questi insetti, una volta uscite dalle uova, si inabbissano nel terreno per un lungo periodo che può durare anche 17 anni, nel quale si nutrono delle sostanze nutritive del terreno , come acqua , organismi e sali minerali, succhiandole anche dalle radici delle piante e degli alberi vicini.  Successivamente in maniera sincronica, tutte le larve escono dal terreno, le quali ormai sono delle cicale adulte. Abbiamo osservato un altro esempio di morte e rinascita nella natura. E un altro esempio ancora è il seme: il conosciuto organo per la proliferazione di ogni tipo di piante. Il seme sotto la terra può germogliare e dare origine alla specie di pianta alla quale appartiene, che sia essa quercia, olmo, pioppo, fagiolo, lenticchia o mais. Soltanto se il seme rimane sepolto dentro la terra, quindi soltanto se attraversa lo stato di morte, esso può dare origine alla pianta, e quindi alla rinascita.

 

Parte seconda: Morte e Rinascita nell’opera “La Fenice” di Osamu Tezuka (1928- 1989) 

Origine e mito della Fenice 

La Fenice è l’animale mitologico più misterioso in assoluto. Appare per la prima volta descritta nell’opera Storie (Historiae, 440/ 429 A. C.), scritta dal padre della storia Erodoto (484 A. C. – 425 A. C.), il famoso storico greco che fu il primo a parlarne. Secondo Erodoto, infatti, che descrive la Fenice attraverso una pittura scoperta in Egitto, questo uccello, di cui tutti ne parlano ma nessuno lo ha mai visto, compreso lo stesso Erodoto, doveva essere simile ad una grande aquila, con le piume e le penne colorate in parte di colore giallo oro e in parte di colore rosso porpora; da qui il nome fenice, che deriva dal termine greco e poi latinizzato Phoenix, che vuol dire infatti “rosso porpora”.   La caratteristica principale della Fenice è che è immortale: questo uccello mitico infatti ha la straordinaria capacità di rigenerarsi all’infinito ogni volta che brucia con le fiamme.  Erodoto è stato il primo a narrare infatti che la Fenice si rigenera attraverso numerose conflagrazioni. Ma soprattutto è la testimonianza di Erodoto che ci conferma che il suo aspetto è molto simile all’ acquila per forma, dimensioni e contorni. L’immagine della Fenice che rinasce dalle fiamme è stata impressa e ampliata dal poeta Latino Publio Ovidio Nasone (43 A. C. / 23 A. C.), dove nelle sue Metamorfosi (8 D. C.), narra della Fenice che arrivata all’età di cinquecento anni, incomincia a adagiarsi su degli aromi, come cannella e incenso, nei quali muore per rinascere nuovamente dalle fiamme. La vera Fenice, tuttavia, è rintracciabile in una specie di airone estinto (Ardea bennuides, Hoch, 1977), vissuto nei territori dell’Arabia Saudita fino a 5. 0000 / 3. 500 A. C. Lo studioso Danese Ella Hoch però non da una descrizione soddisfacente dei reperti fossili di questo airone preistorico: egli, infatti, descrive soltanto una parte di un osso di questa specie estinta di airone (6).

Il nome della nomenclatura scientifica di questa specie di airone preistorico, il quale era molto più grande della grande specie attuale di airone, l’Ardea goliath (Cretzschmar, 1827), deriva direttamente da Benu, il dio egizio della nascita, della morte e della resurrezione, quindi il prototipo della Fenice. È molto curioso anche il fatto che prima ancora che il dio Benu fosse rappresentato dalla specie Ardea bennuides, era la cutrettola (Motacilla flava, Linnaeus, 1758), un uccello canoro appartenente al gruppo delle Oscines (Linnaeus, 1758), a rappresentare il dio Benu.  Ciò significa che anche nelle rappresentazioni delle divinità troviamo un tipo di evoluzione, perlomeno a livello concettuale e raffigurativo. L’ Ardea bennuides è stato quindi un airone preistorico, molto probabilmente apparso durante il Pleistocene, il quale è sopravvissuto fino all’epoca storica della specie umana. La Fenice è conosciuta anche in altre culture del mondo, come Cina, Giappone e Russia. In Cina è chiamata con il nome di Fenhuang, in Giappone Ho- hoohuang e in Russia è conosciuta come Uccello di fuoco, il quale compare in molte fiabe appartenenti al folclore popolare Russo, le quali furono studiate dal filologo e favolista Russo Aleksander Nikolaevic Afasanev (1826- 1871), sulla scia dell’opera dei fratelli Grimm, e successivamente raccolte nel volume Antiche fiabe russe.

Nel volume sono circa tre le favole dove compare protagonista l’uccello di fuoco, la Fenice del folclore slavo e Russo:

L’uccello di fuoco e la principessa Vasilissa. 

Il giovane coraggioso e l’acqua della vita.

Kaschei l’immortale.

Molto materiale di queste tre fiabe sarà utilizzato dal compositore Russo Igor Stravinskij (1882- 1971), per il suo primo balletto L’uccello di Fuoco (1910). Il re Kasej l’immortale è molto probabilmente l’equivalente della strega Baba Jaga del folclore slavo.  Inoltre, ha lo stesso comportamento del drago delle tradizioni Nordiche e quindi Norrene, in quanto ama fare da guardia ai suoi immensi tesori. Le tre favole russe che vedono protagonista l’uccello di fuoco, sono tutte e tre caratterizzate dalla ricerca ossessiva dell’immortalità, e quindi della vita eterna, e dalla ossessiva ricerca dell’uccello di fuoco per catturarlo. L’ uccello di fuoco è infatti sfuggente e difficile da catturare, e queste caratteristiche e tematiche saranno riprese dal ciclo del manga di Osamu Tezuka, come vedremo in seguito.

Il significato del fuoco della Fenice 

L’elemento igneo della Fenice non è ovviamente casuale: il fuoco è per eccellenza e antonomasia, il simbolo della purificazione e della Rinascita. Il fuoco distrugge ogni cosa con le sue fiamme, ma allo stesso tempo purifica ogni cosa. Il fuoco è lo strumento principale per i rituali religiosi, in quanto purifica l’ambiente nel quale si trova. Inoltre, tutti i riti di passaggio principali sono associati alle fiamme e al fuoco, perché le fiamme bruciano il vecchio e danno spazio al nuovo. Le fiamme del Purgatorio, infatti, sono fiamme di purificazione e non fiamme di condanna come le fiamme dei dannati dell’inferno. Il fuoco è quindi l’elemento dell’immortalità e della continua rinascita eterna. In quanto elemento purificatore il fuoco è quindi stato associato allo stato del Purgatorio. Nella teologia Cattolica, il Purgatorio è il regno delle anime in attesa di essere purificate, quindi non essendo dannate, sono purificate per entrare nel Paradiso, in quanto il fuoco purifica e toglie alcuni peccati minori della vita passata. Per la concezione greca del Cosmo, tutto l’universo non è altro che un eterno Divenire incessante, dove la fine di tutto sarà la Conflagrazione Cosmica, cioè l’Ekpyrosis (Ecpirosi), nella quale il fuoco distruggerà ogni cosa e dalle ceneri rinasceranno nuovi universi. Il mondo e l’universo non sono delle entità statiche e immutabili, come per esempio per la concezione Cristiano/ Cattolica, ma bensì si tratta di realtà in continua Morte e Rinascita, dove distruzione e creazione di nuove forme continuano all’infinito. Il principio filosofico dell’Arche’ del Presocratico Eraclito di Efeso (535 A. C. – 475 A. C.), afferma che il mondo deriva da quattro elementi: acqua, fuoco, terra e aria. Principalmente il mondo per Eraclito, inizia dalle acque, ma anche il fuoco è un elemento importante per la formazione del Divenire e della realtà. Il fuoco è per Eraclito di Efeso Dio stesso, la divinità creatrice di ogni cosa e allo stesso tempo distruttrice di ogni cosa; si legge infatti in un suo frammento proveniente dall’opera Sulla natura e in una testimonianza di Clemente Alessandrino (150 D. C. – 215 D. C.), tratta dal libro quinto della sua opera Stromati:

“Questo ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma era sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne;

“Che Eraclito pensasse il mondo soggetto a nascita e a corruzione, è attestato dalle parole che seguono: mutazioni del fuoco: in primo luogo il mare, la metà di esso la terra, la metà vento ardente. Infatti, dice che il fuoco, in funzione del logos e del dio che governa tutte le cose, passando attraverso l’aria si trasforma in umidità, la quale è come il seme dell’ordinamento del mondo, che egli chiama mare, e dal mare a loro volta, si generano la terra, il cielo e le cose che ne sono contenute. Il modo in cui poi, il mondo faccia di nuovo ritorno indietro e sia consumato dal fuoco, lo indica con queste parole: la terra sciogliendosi diventa mare, e questo raggiunge una misura in quelle stesse proporzioni che aveva prima che diventasse terra “(7).

Il fuoco quindi, pur mutando e distruggendo ogni cosa, e quindi facendola rinascere, rappresenta il Divenire incessante della vita e dell’universo. Un universo ciclico, che, come tutti gli altri elementi del Cosmo, segue le stesse leggi di nascita, crescita, evoluzione, sviluppo e morte, per poi ricominciare il ciclo in un nuovo Divenire incessante e Universale. Lo stesso ciclo del Divenire incessante e eterno lo troviamo in una stella, nelle galassie, nel sistema solare, nei pianeti e nelle specie viventi. Quindi il tempo della morte e della rinascita è un tempo ciclico; non è una linea di tempo retta, come il pensiero Occidentale ha impresso nella mentalità comune. Tutta la vita è caratterizzata dalla ciclicità della morte e della rinascita che a loro volta caratterizzano ogni evento del mondo.

Sul concetto di Ecpurosis, si può affermare che ha suscitato molta fantasia sul modo di concepire la fine del mondo e la stessa Apocalisse, dagli scrittori di Fantascienza fino a poeti. Per esempio, il poeta Americano Robert Frost (1874 – 1963), nato in California ma trasferitosi successivamente nel New England, in un suo componimento intitolato Fuoco e ghiaccio, immagina come può finire il nostro mondo conosciuto, se per opera del ghiaccio o per opera del fuoco:

C’è chi dice che il mondo finirà con il fuoco e chi con il ghiaccio. 

altri, dicono che finirà nel ghiaccio.

Per ciò che ho assaporato io del desiderio,

sto con chi tiene per il fuoco.

Ma se dovessi perire due volte, saprei di sapere a sufficienza da dire che per la distruzione anche il ghiaccio va bene e basterebbe (8).

Da questi versi si comprende che Frost concepisce gli elementi principali del cosmo, come appunto il fuoco e il ghiaccio, come elementi entrambi distruttivi. Il fuoco però è l’elemento distruttivo, quello che mantiene il divenire del mondo creando i cicli di distruzione e di rinascita.  Il ghiaccio è un elemento anche esso si distruttivo, ma che congelerebbe il tempo e lo spazio, non permettendo così la rigenerazione. Poiché per far sì che un qualcosa rinasca e si rigenera, deve prima annientarsi e annullarsi, non congelarsi e bloccarsi in uno stato perenne.

 

La simbologia della salamandra e del fuoco

Oltre la Fenice, un altro animale legato al fuoco e alla rigenerazione è la salamandra (Gerstalt, 1764), un anfibio che fa parte degli Urodeli.

La Salamandra come la Fenice è legata ad una frase: Nutrisco et extinguo.  La Fenice è legata al motto Post fata resurgo.

La frase Post fata resurgo significa. Dopo la morte risorgo, alludendo alla capacità della Fenice di rigenerarsi e all’essenza della vita di rialzarsi di continuo e sconfiggere le avversità.

La frase Nutrisco et Extinguo sta a segnalare la capacità della salamandra per gli alchimisti di attraversare il fuoco, di distruggere la parte cattiva e di nutrire la parte buona del fuoco. Tale concezione la si trova nell’opera del naturalista e alchimista Tedesco Joachin Camerarius il giovane (1534- 1598): il Symbolorum et Emblematum ex Acquatilibus et Reptilibus, pubblicato nel 1590.

In alchimia la Fenice è rappresentata dalla Rubedo: l’ultimo stadio della trasformazione della materia. La Rubedo, e quindi la fenice, è l’ultima grande fase dell’evoluzione della materia, cioè il compimento della Grande Opera. Lo psicoanalista Svizzero Carl Gustav Jung (1875 – 1961), nei suoi studi sulle analogie tra psicologia e alchimia, ha individuato la Rubedo come la trasformazione interiore dell’individuo e il completamento del processo di individuazione, dove il Sé e il suo archetipo giungono al loro compimento.

 

Intermezzo musicale: Morte e Rinascita nelle “Totentanz” di Franz Liszt e in “The lamb lies down on Broadaway “dei Genesis

 

Il tema della “Danza macabra “nelle arti e nella musica

Durante i secoli del Medioevo, in particolare i secoli del basso medioevo, cioè quelli compresi tra il 1300 e il 1400, si diffuse nell’ arte di tutta Europa l’iconografia delle Danze macabre. Il tema della morte ha accompagnato tutto il Medioevo, probabilmente dovuto anche dal fatto che furono secoli dove la guerra e l’epidemia di Peste stava falciando L’Europa.  Gli artisti quindi, sia su richiesta che per ispirazione, realizzano numerosissime opere che ritraggono la morte all’opera. Il tema delle iconografie delle Danze macabre, infatti, prevede la rappresentazione di scheletri danzanti nei cimiteri e nelle città. La danza macabra, o Danza dei morti Danza dei morti danzanti, è fondamentalmente una riflessione artistica sulla condizione umana e di tutti gli esseri viventi. Il messaggio che trapela da queste opere da un lato molto enigmatiche è che tutto in questo mondo è destinato alla morte. Lo scheletro è la fenomenologia della morte che si manifesta nel mondo attraverso la materia. Il tempo soprattutto è il vero antagonista del mondo manifestato: tutto ciò che esiste, sembra essere soggetto alle sue leggi, le quali inesorabilmente portano all’ Entropia ogni cosa che esiste.

Nell’ Ottocento, con l’avvento del Romanticismo, il movimento culturale che abbraccia la musica, la pittura, la letteratura e la poesia, il tema della Danza macabra viene ripreso dalla musica: in particolare è il pianista e compositore Ungherese Franz Liszt (1811- 1886), che riprende il tema Iconografico sottoforma di poemi sinfonici. L’opera più significativa del pianista ungherese che tratta questo tema è la Totentanz (1834- 1859), per pianoforte e orchestra, dedicato al pianista Tedesco Hans Von Bulow (1830- 1894), ispirato molto probabilmente dal ciclo delle danze macabre il trionfo della morte del pittore Buonamico Buffalmacco (1290- 1340).

Il brano in tonalità Re minore, si caratterizza per l’ossessiva ripetizione del tema del Dies irae, il giorno dell’ira divina, una sequenza liturgica del canto Gregoriano attribuita a Tommaso da Celano (1190- 1265). Tale sequenza, dal tono decisamente apocalittico, è stata proprio da Liszt ripresa nella musica dopo tanti secoli di oblio.  Prima di Liszt, il primo compositore a riprendere il tema del Dies irae, è il francese Hector Berlioz (1803- 1869), dove nella sua Sinfonia fantastica (1830), nel Quarto movimento intitolato sogno di una notte di sabba, strutturato non a caso come una danza macabra.

Il Dies irae viene utilizzato anche da altri compositori come il Russo Sergej Rachmaninov (, che lo utilizza nel terzo movimento delle Danze sinfoniche (1940), nella Rapsodia su un tema di Paganini (1934) e nel grandioso poema sinfonico L’isola dei morti (1908).

 

Morte e rinascita nella musica dei Genesis

La concezione della salamandra capace di tuffarsi nel fuoco e purificarsi, oltre che purificare il fuoco stesso, la si trova anche in un testo di un brano dei Genesis, la band Britannica Rock- Progressive, The carpet crowlers, che fa parte del capolavoro della band: The lamb lies down on Broadway.

Nei primi versi del brano si legge:

“A salamander scurries into a flame to be destroyed” (9). Genesis: The carpet crowlers.

“Una salamandra corre verso le fiamme per essere distrutta “.

Il brano The carpet crowlers, cioè Gli strisciatori del tappeto, rappresenta la punta poetica dell’album e forse dell’intera discografia dei Genesis.  Pieno di riferimenti religiosi e mistici, parla in realtà della morte e della Rinascita. Del processo di purificazione e quindi della Rinascita, il quale si può raggiungere solamente morendo.  La salamandra, infatti, non è citata nel testo a caso, ma sta parlando di qualcuno che sta morendo per rinascere.  Questo qualcuno è il Rael, il protagonista della storia di The lamb lies down on Broadaway.  Il brano strumentale Hairless haert, cioè cuore senza spine, descrive in musica la purificazione dell’anima di Rael. E in The carpet crowlers, Rael sta passando il corridoio della morte per rinascere come persona nuova. Si tratta quindi di un processo alchemico.

Per gli alchimisti, il processo alchemico era una continua morte e rinascita: le fasi della Grande Opera, Nigredo, Albedo e Rubedo, non sono altro che l’attraversamento della morte per arrivare alla rinascita: ed infatti la Rubedo, cioè la rinascita, è rappresentata dalla Fenice.

Inoltre, il ritornello della canzone dei Genesis The carpet crowlers, ripete la seguente frase:

“We got get in to get out “(10)

“Dobbiamo entrare per uscire”.

Il riferimento è agli strisciatori del tappeto che stanno entrando in un corridoio rosso ocra per poi uscirne. E se gli strisciatori del tappeto fossero in realtà gli spermatozoi che stanno attraversando le tube dell’utero (il corridoio rosso ocra), per raggiungere l’ovulo (cioè l’uscita)?  Gli strisciatori del tappeto sono in realtà la salamandra che si sta buttando nel fuoco per rinascere in una nuova forma di vita, ma sono anche gli spermatozoi che stanno andando a morire per permettere ad uno solo di rinascere attraverso l’ovulo sottoforma di un nuovo essere vivente. La frase del testo

“There is only one direction in the faces that i see” (11).  

 cioè “C’ è soltanto una direzione nei visi che osservo “,

si può interpretare come gli spermatozoi che seguono tutti il flusso nella stessa unica direzione per arrivare all’ovulo.

Ma in questo album affascinante, il tema della Morte e Rinascita non si esaurisce certo a questo brano.  In realtà tutto l’album è un intero percorso di morte e rinascita. Rael, il protagonista di questa surreale storia scritta da Peter Gabriel, il quale Rael, è sia un anagramma del nome di Peter Gabriel stesso, oltre che il suo alter ego, è un giovane portoricano che vive a New York, ribelle e apparentemente fuori legge, che si ritrova catapultato improvvisamente in un mondo sotterraneo, tramite una densa nube di fumo. Abbiamo quindi una prima morte del protagonista, il quale deve percorrere questo viaggio da solo, nel sottosuolo della sua anima, per poi successivamente rinascere come uomo nuovo.

Nel viaggio sotterraneo di New York, che è la metafora del viaggio nelle sue profondità interiori, Rael fa molti incontri con creature strane come gli Strisciatori del tappeto, e creature mitologiche come le perfide Lamie, o con dee come Lilith, oppure con stanze ambigue e misteriose e con personaggi strambi e strampalati, come la Colonia degli Slipperman. Ma Rael è soprattutto con la morte che si confronta, colei che più di ogni altro ostacolo, gli permette di rinascere e di purificarsi.

Il titolo dell’opera, The lamb lies down on Broadaway, contiene la parola Lamb, che in lingua inglese significa agnello. L’agnello, nella tradizione Giudiaico/Cristiana, rappresenta la morte e la rinascita. Questo cucciolo di pecora, infatti, è immolato per la resurrezione, ed è il simbolo del Cristo stesso, che muore e rinasce. Nella tradizione Cristiana, ogni anno a Pasqua, nelle nostre tavole abbondano più che agnelli, uova di cioccolato e colombe. L’uovo è il simbolo Cosmico della nascita e della Rinascita.  È una simbologia talmente antica che si trova fin dalla preistoria.  Lo schiudersi del guscio dell’uovo, e quindi la nascita del pulcino che esce lentamente e con molta fatica, è il parto continuo della nuova vita che continuamente si rigenera in ogni momento. Anche la colomba in realtà potrebbe essere un simbolo di rinascita più che dello Spirito Santo. La colomba, infatti, ha il piumaggio bianco, è in alchimia il colore bianco rappresenta lo stadio dell’Albedo, cioè l’alba di una nuova vita. La colomba è il corvo della Nigredo che lentamente si trasforma in Albedo.

 I brani dell’album The lamb lies down on Broadaway affrontano molteplici temi, come la sessualità, in The lamia e in The colony of the Slipperman, la morte, nei brani Anyway Here come the supernatural Anesthetist, oppure la paura ancestrale dell’essere rinchiusi in luoghi stretti e senza via d’uscita, come nella travolgente In the cage.

Il brano The lamia parla dell’incontro di Rael con le oscure Lamie, le donne metà serpente e metà donna dell’antica mitologia greca. Oltre alla sessualità, il brano parla del Femminile oscuro e tossico che inganna colui che incontra nel suo cammino.  Sta all’ eroe non farsi trascinare dall’ inganno. Quindi il finale dell’album è chiaramente una rinascita per Rael, che è riuscito a superare tutti gli ostacoli.

 

“La Fenice” (1954- 1988), di Osamu Tezuka

L’opera La Fenice di Osamu Tezuka fu concepita e realizzata in un arco di tempo molto lungo. Circa trenta anni di lavoro (1954- 1988).  Questo perché il dio del manga, così come era soprannominato Osamu Tezuka, nel frattempo era impegnato in altre opere. Tezuka, infatti, è stato un autore di manga nolto prolifico, e la sua opera completa comprende circa 400 volumi di disegni, tavole e illustrazioni. Tra le sue opere più importanti ci sono Astroboy, Kimba il leone bianco, la principessa Zaffiro, Melmo: i bonbon magici di lilly, Unico e tantissimi altri.

L’opera La Fenice, fu concepita da Tezuka come la summa del suo pensiero e del suo ideale di manga giapponese. Le storie narrate sono tantissime e spaziano dalla preistoria del Giappone fino al futuro ultratecnologico dell’umanità.

Il filo conduttore del ciclo del manga è ovviamente la Fenice.  Nel manga essa compare sia nella forma di uccello di fuoco, che come donna dalle zampe e volto di uccello.

Le storie sono state raccolte in dodici volumi, e pubblicate in Italia dalla casa Editrice J- Pop, la quale ha pubblicato tutte le sue altre opere.

Se si esclude l’ultimo volume, Le origini, che è una sorta di prequel o spin – off dell’intera storia, sono undici i volumi che raccontano le gesta epiche della fenice e la storia dell’umanità sottoforma di immagini. L’opera è purtroppo rimasta incompiuta per la morte dell’autore.  Il ruolo della Fenice in queste storie è fondamentale anche se è nascosto, come l’essenza primordiale di ogni cosa. Attraverso la preistoria, il presente e il futuro dell’umanità, la Fenice manifesta la sua essenza attraverso consigli, aiuti, innumerevoli metamorfosi, apparizioni miracolose, presenze inaspettate, guarigioni, ispiratrice per artisti e scultori e guida spirituale. Poiché Tezuka non era ateo ma agnostico, ammeteva un principio eterno creativo e trascendente che dimora nel mondo, la Fenice può benissimo rappresentare il principio eterno, divino e immutabile che permea tutto l’universo. Il principio universale della morte e della rinascita è un principio universale, come Il re del mondo di Rene’ Guenon, il quale nel libro parla di una sapienza universale che sta all’origine della conoscenza.

L’opera “La Fenice “di Osama Tezuka non è comunque l’unica opera dove è nascosto il tema della morte e della rinascita. Anche il manga più famoso dell’autore, Astroboy, contiene la stessa tematica. La stessa nascita del piccolo robot è il risultato della morte del figlio dello scienziato. Tale storia, bellissima, ha ispirato un film di Stephen Spielberg, ma in realtà scritto da Stanley Kubrick: A. I. Intelligenza artificiale, uscito nel 2001. Ma di questo se ne parla in altre sedi.

Il futuro dell’umanità Immaginato da Tezuka è un futuro molto spesso dispotico, controllato capillarmente dalla tecnologia, dal pensiero scientifico e tecnologico. Episodi come La resurrezione Il libro del futuro, mostrano una tecnologia ormai pervasiva in modo capillare, dove le decisioni da prendere riguardo le guerre e la societa’, sono affidate a dei robot. La fenice guarda e osserva lo sviluppo dell’umanità e del suo percorso verso la distruzione, pronta ad aiutare chi è pronto per capire il mistero della morte e della vita. I cicli narrativi del manga sono i seguenti:

Il libro dell’alba

Il libro del futuro

Il libro di Yamato/ Il libro dell’universo

Il libro del mito

Il libro della resurrezione/ il libro del manto di piume

Il libro della nostalgia

Il libro della vita/ il libro degli esseri fantastici

Il libro del sole.

Quest’ultimo, diviso dalla casa editrice in due volumi, è forse la narrazione più matura dell’intero ciclo. Insieme al Libro del futuro è forse la storia piu complessa del ciclo. Morte e Rinascita in questa storia si intrecciano in maniera profonda con il protagonista e la sua storia. Il protagonista è un soldato al quale è stato sfigurato il volto originale umano e subito dopo per sfregio inserita una testa di cane- lupo. Quando incontra la sua promessa sposa nella tribù dei canidi, si innamora della fanciulla, la quale però è un lupo a tutti gli effetti. Soltanto in alcune occasioni si può trasformare in essere umano. La storia si svolge nel passato e nel futuro, dove in entrambe le epoche infuria la guerra religiosa: tra il buddhismo e il paganesimo nel passato e tra la luce e le ombre nel futuro. L’eroe della storia, nel passato incontra la fenice, la quale gli spiega che le guerre di religione ci saranno sempre e che lei non interviene perché spetta al genere umano capire il significato di ciò che si compie. Mille anni dopo, nel futuro, il protagonista si sacrifica per salvare la sua fazione, mentre nel passato torna ad avere le sembianze umane, come gli aveva predetto la fenice. Alla fine della storia, la promessa sposa del futuro, avendo bevuto il sangue dell’uccello di fuoco, viene messa alla prova: travolta dalla mitragliatrice e ridotta in cenere, rinasce con la forma di lupo e si ricongiunge con il promesso sposo nel regno della fenice. Tuttavia, la vetta poetica del ciclo è raggiunta dal Libro de futuro, dal Libro della nostalgia e dal libro della vita e degli esseri fantastici.

Il libro del futuro, cioè il secondo volume della serie, si apre con un futuro lontano ormai però in declino, sia a livello vitale che a livello morale. Ci troviamo nel 3.404 D. C., e la terra ha perso ormai la maggior parte dei suoi esseri viventi; si trova al suo stadio finale, e gli esseri umani vivono in cinque grandi città sotterranee, poiché la terra è ormai inabitabile.  sono infatti pochissimi gli esseri viventi sopravvissuti sulla superficie superiore della terra.

Un soldato valoroso e dalla grande etica morale di nome Masato Yabanobe, vive con un alieno femminile mutaforma dalle fattezze di donna, della quale è innamorato alla follia. Ma il suo capo di nome Rock, gli ordina di eliminare immediatamente questo alieno della razza Moopi, poiché è severamente vietato dalla legge sia frequentarli che tantomeno conviverci.

Così Yabanobe cerca inizialmente di ubbidire alla richiesta del suo superiore, diventato in un attimo il suo peggiore nemico. Ma Yabanobe non ha il coraggio di eliminare la sua amata aliena e così progetta la fuga.

Dopo numerosi ostacoli nella città sotterranea, Yabanobe decide di oltrepassare il confine dell città e di uscire nella zona scoperta, dove nessun mortale riesce ormai a vivere. Il superiore Rock capisce che Yabanobe è fuggito e si consulta con un robot chiamato Halleluja, una macchina che decide per gli esseri umani quando viene consultata. Rock ordina al computer intelligente di eliminare Yabanobe, ma la macchina si rifiuta. Allora è Rock stesso che ordina ai soldati con i cani – radar di cercarlo in ogni parte nella terra della zona superiore. Nel frattempo, Yabanobe insieme alla sua creatura aliena viene si trova nelle vicinanze del laboratorio del Dr. Saruta.

Il Dr. Saruta è un personaggio concepito da Tezuka come un eremita del futuro, uno scienziato eremita ossessionato dal ridare la vita a tutti gli esseri viventi estinti nel passato. Dopo una vita passata a viaggiare per tutto l’universo e per le stelle, adesso, arrivato all’età di cento anni, si è stabilito lontano dalle città, e vive nel suo laboratorio, dove conduce esperimenti sulla vita. Infatti, ha costruito decine di uteri artificiali dove galleggiano tutte le specie animali estinte nel passato, come uccelli, mammiferi, rettili e anfibi.

In queste vasche con il liquido amniotico artificiale, gli esseri viventi si nutrono, imparano e vivono. Tuttavia, è proprio questa caratteristica il principale problema: all’infuori di queste vasche e uteri artificiali gli esseri viventi ricreati non possono vivere. Quando infatti, uno di loro, un essere umano ricreato con le cellule artificiali vuole uscire dal cilindro artificiale, cioè vuole nascere per la prima volta nel mondo, immediatamente muore non appena gli viene tolto il cilindro e il liquido amniotico artificiale. Il Dr. Saruta, infatti, sapeva che anche questa creatura sarebbe morta, perché tutte le sue creature sono dipendenti dal liquido amniotico artificiale. Abbiamo con questa immagine, la morte e la nascita sottilmente intrecciate tra loro. La nascita è sempre accompagnata dalla morte, e viceversa, la morte è accompagnata dalla nascita.

Il Dr.  Saruta ormai disperato chiede aiuto a Dio e lo invoca. Non vuole più che le sue creature viventi, anche se artificiali, muoiano non appena nascono. Sembra che le sue suppliche siano ascoltate, e infatti si presenta al suo cospetto la Fenice luminosissima, che risplende nel buio dell’oscurità della notte. Il Dr. Saruta chiede al misterioso uccello che cosa fosse, che cosa volesse e se per caso voleva entrare nel suo laboratorio.  La Fenice gli risponde che aveva ascoltato la sua supplica.  Allora il Dr. Saruta chiede alla Fenice se lei fosse in realtà Dio. Ma la Fenice risponde che nemmeno conosce la parola “Dio “, definendosi una parte vivente della terra.  La terra e tutto l’universo, spiega la fenice al Dr. Saruta, non sono altro che degli esseri viventi, e come tutti gli esseri viventi, sono soggetti a malattie e a vecchiaia. Il Dr. Saruta però rimane incredulo di fronte a tali affermazioni, ma la Fenice lo rassicura che attraverso un essere umano molto speciale, gli esseri umani e gli esseri viventi potranno ritornare ad essere quelli di un tempo. Questo essere umano speciale è Masato Yabanobe.  La Fenice, infatti, ha condotto lei stessa il giovane nel laboratorio del vecchio scienziato, e gli consiglia infatti di accoglierlo immediatamente.

Tuttavia, quando Masato Yabanobe viene accolto nel laboratorio del Dr. Saruta, anche il suo nemico Rock lo raggiunge e riesce ad entrare anche lui neo-laboratorio.  Dopo varie discussioni e colluttazioni, la Fenice entra nel laboratorio, sollevando lo sportello del tetto con la forza del pensiero.  Non appena entra e vede Masato Yabanobe, subito attraverso la telepatia parla alla sua anima, e riferisce queste parole:

“Masato Yabanobe ascoltami: soltanto tu puoi fare rinascere la terra! è solo per questo motivo che ti ho guidato fin qui!” (12) .

Masato Yabanobe, tuttavia, è incredulo e non riesce a concepire simili affermazioni, e soprattutto non riesce a capire come può riuscire in una simile impresa, ma ecco che la Fenice chiarisce subito:

“io ti renderò immortale: è questa la tua missione. Vivrai in questo posto per decine di migliaia di anni; fino a quando non nascerà una nuova stirpe di individui “(13).

Dopodiché prende Masato Yabanobe per mano e lo accompagna in un viaggio nell’universo sconfinato per osservare attentamente le galassie e il cosmo e nell’universo microscopico, per osservare l’infinita piccolezza degli atomi e della struttura della materia.  La fenice afferma che tutto nell’universo è materia vivente, perché tutto è Cosmozone.

Con questo termine si indica la Quintessenza del cosmo, dove per gli antichi filosofi era costituita da fuoco acqua, aria e terra, mentre per il pensiero Induista si usa il termine Akasha, con il quale si intende l’Etere, che racchiude ogni elemento del mondo conosciuto. Non solo per il pensiero Induista e Buddhista la terra e tutto l’universo sono vivi e sono quindi delle entità viventi; anche il pensiero filosofico della corrente Gnostica ha questa concezione del mondo. Inoltre, il pensiero alchemico come dimostra il tedesco Basilio Valentino (1394?.) nella sua opera De microcosmo deque magno mundi mysterio, et medicina hominis.  Per questo autore misterioso la terra e il mondo sono degli esseri viventi, e non sono quindi degli oggetti morti. Tale concezione del mondo, tuttavia, non va confusa con il pensiero New Age, il quale ha riadattato filosofie antiche in chiave moderna.

Dopo l’incontro con la Fenice, le due macchine con l’intelligenza artificiale, cioè i due robot, decidono di dichiarare guerra alle cinque città, le quali vengono distrutte.  Masato Yabanobe, l’ultimo abitante della terra riesce a diventare colui dal quale si svilupperà tutta la vita sulla terra.  Arrivato all’età di diecimila anni è ormai sul punto di decomporsi, tuttavia la sua essenza rigenerativa feconda le acque, avviando così un nuovo processo di rinascita.  Dalle creature primordiali fino ai dinosauri, dai primi mammiferi fino alla comparsa dell’uomo, la vita ritorna protagonista sulla terra.  Una vita che nasce dalla morte. Anche Masato Yabanobe rinasce e si fonda con la Fenice, unendo la sua energia a quella immortale dell’uccello di fuoco. Tezuka ha narrato con le immagini il processo di morte e rinascita che è eterno e immortale in tutto il mondo.

 

Il significato dell’uovo come simbolo della Rinascita

L’uovo nella storia della vita sulla terra nasce fin dalle più remote origini dei primissimi invertebrati. Durante l’Ordoviciano, cioè nel Paleozoico, le creature invertebrate Precambriane deponevano le uova. Si trattava per lo più di creature conchigliformi e bivalviformi, oltre che antenati dei polipi e dei calamari.  Gli organismi della cosiddetta Esplosione del Cambriano, vissuti nel Cambriano circa 541 milioni di anni fa, si riproducevano attraverso l’espulsione dai primi ovidotti di uova ancora molto rudimentali. Anche le uova dei primi pesci erano molto rudimentali, con gusci gelatinosi fragili.  Le stesse caratteristiche le avevano le uova dei primi anfibi e dei primi tetrapodi terresti.

Le prime uova deposte sul terreno appartengono alle prime creature amniotiche, come la Casineria kiddi (Paton, Smithson and Clack, 1999), vissuta nel Carbonifero circa 340 milioni di anni fa.  Si trattava di uova con il liquido amniotico o amnios, qualcosa di assolutamente nuovo per quelle epoche così remote, il quale poi successivamente passerà ai mammiferi e servirà per formare la placenta. I primi mammiferi deponevano ancora le uova, e ciò era uno svantaggio soprattutto per gli esemplari che vivevano nelle vicinanze dei dinosauri. I primi mammiferi quindi, poiché deponevano ancora le uova, come le specie Morgonucodon, un piccolo mammifero simile ad un topo vissuto nel Triassico superiore, e il Megazostrodon, vissuto nello stesso periodo, erano molto vulnerabili.  Queste specie di mammiferi arcaici erano infatti predate dai dinosauri teropodi che in quell’epoca si stavano evolvendo, come il Coelophysis bauri (Cope, 1889). I dinosauri teropodi mangiavano sia questi piccoli mammiferi che le loro uova. La pressione dei dinosauri innescò un processo evolutivo irreversibile che portò le successive specie di mammiferi ad evolvere la placenta, in modo tale da permettere all’ embrione e al feto, di svilupparsi in tutta tranquillità e protezione.

I primi mammiferi placentari apparvero durante il Cretaceo superiore, con le specie Eomaia scansoria (Ji et Al., 2002), e Juramaia sinensis (Luo et Al., 2011), le quali avevano già sviluppato ed evoluto la placenta. Nella notte di quei primi mammiferi placentari era già nascosta tutta la storia delle future specie di mammiferi placentari e marsupiali, essere umano compreso.  Per molti decenni si è creduto che la teoria di Ernst Haeckel (1835 – 1919), che afferma che la Filogenesi ricapitola l’Ontogenesi, fosse esatta. Ovviamente a livello scientifico ed evolutivo, è un errore affermare che l’individuo in gestazione ripercorre tutte le tappe evolutive degli esseri viventi della terra, ma è esatto a livello psicologico: tale teoria, seppur sbagliata, fa capire quanto è forte il legame tra la specie umana e gli altri animali, tra la specie umana e tutta la vita sulla terra. La simbologia dell’uovo lo conferma.

L’uovo ha una forma geometrica sferica ed allungata, cioè ovoidale. Uova sono gli occhi, uova sono le ovaie, uova sono gli ovuli, uova sono le teste degli spermatozoi, uova sono i testicoli, uovo e il cervello e la testa umana, tutto ciò che ha che fare con la nascita e con lo sguardo interiore, ricorda la forma di un uovo. Nel cervello umano può essere covato una nuova essenza e una nuova vita, e successivamente puo schiudersi nel mondo. L’ uovo è l’occhio interiore, l’uovo è l’inizio del mondo, l’uovo è la pietra filosofale, l’uovo è la rinascita interiore. Inoltre, l’uovo è anche la sfericita’ della terra, dei pianeti, del Sistema solare e dell’universo.

 

La rinascita interiore e l’analogia con la metamorfosi degli animali

Le specie animali sono conosciute soprattutto per la loro capacità di mutazione e di trasformare il loro corpo. I serpenti, per esempio, cambiano la muta della loro pelle. Quando arriva il momento di fare la muta della pelle, centinaia di migliaia di cellule muoiono per fare spazio alle nuove cellule che portano alla rinascita della loro nuova pelle. Durante questo periodo i serpenti stanno nascosti, in luoghi solitari e al buio, e inoltre sono anche a digiuno. E come se nel periodo della muta della pelle entrano in uno stadio di morte per permettermi alla loro pelle nuova di rinascere. Lo stesso si può affermare per molte specie di insetti (Insecta, Linnaeus, 1758).

Non tutte le specie di insetti attraversano fasi di completa metamorfosi. Le cavallette e le locuste, per esempio, alla nascita posseggono la forma degli adulti ridotta, e a questo stadio sono delle Neanidi.  Sono quindi degli adulti incompleti e allo stadio larvale. Altri insetti come le cicale, le farfalle, le api e le vespe, attraversano molte fasi di trasformazione e metamorfosi del corpo per arrivare alla forma adulta completa. Dalle uova di queste specie di insetti escono dei vermi, cioè le larve e i bruchi, che attraversano la fase di impupamento, di bozzolo, in alcuni insetti di esuvia, fino a giungere allo sfarfallamento finale. Cambiano anche i tempi di sfarfallamento in base alle specie: le larve delle cicale sfarfallano dopo 17 anni, mentre i bruchi delle farfalle e degli altri lepidotteri (Lepidoptera, Linnaeus, 1758), sfarfallano in alcuni giorni o settimane.

Con il termine Exuvia, termine Latino il quale in italiano si traduce con la parola Esuvia, si intende l’involucro lasciato dopo la muta da alcuni artropodi, siano essi insetti che aracnidi o crostacei, come le cicale, le cavallette, le mantidi, gli Odonata (Fabricius, 1793), come le libellule, oppure i ragni, i granchi e le aragoste. Fin dalle primitive forme di artropodi, come i Trilobiti, le esuvie sono sempre state una presenza costante nella muta di questi animali. Gli insetti sono i migliori rappresentanti della metamorfosi. Le libellule (Linnaeus, 1758), cambiano muta e forma decine di volte prima di raggiungere quella adulta e quindi definitiva. Alla nascita le libellule sono acquatiche.  Le Ninfe Neanidi delle libellule sono acquatiche e molto aggressive e voraci. La prima forma delle libellule, cioè le larve acquatiche, fanno capire che l’evoluzione primordiale degli insetti originalmente è avvenuta nelle acque, da dove la maggior parte degli esseri viventi ha iniziato la sua evoluzione.

Gli insetti sono stati i primi organismi a spiccare il volo nella storia della vita sulla terra. Molto prima degli uccelli, i quali comparvero tra la fine del Giurassico e il Cretaceo. E non è un caso che l’animale simbolo della Rinascita, cioè la Fenice, sia appunto un uccello. Gli uccelli hanno la simbologia delle ali e delle uova. La Rinascita è rappresentata dalle uova, che rappresenta lo schiudersi di una nuova vita, e dalle ali, che simboleggiano lo spirito della vita e dell’universo. Gli antichi popoli onoravano gli animali, in particolare gli uccelli come i rapaci, infatti le civette, i gufi e le acquile erano per i popoli antichi, come gli antichi greci e gli antichi egizi, i custodi e i messaggeri di una sapienza primordiale, che veniva dalla notte del mondo dei primordi.

Tuttavia, come detto prima, le ali e il volo non nasce con gli uccelli, ma con gli insetti (Insecta, Linnaeus, 1758). I primissimi insetti dei quali abbiamo una testimonianza fossile li troviamo nel fossile chiamato Rhynioagnatha hirsti (Tylliard 1928), il quale visse nel Devoniano inferiore, cioè 400 milioni di anni fa. Non sappiamo esattamente che cosa fosse: di sicuro era un artropode facente parte degli Exapoda.  Poteva essere quindi una cavalletta o anche una libellula. Di questa creatura però conosciamo soltanto alcune parti del suo corpo: le mandibole. Sappiamo che in quell’epoca remota questo insetto aveva evoluto le ali, in base alle analisi delle mandibole bicondilari. Le ali degli insetti, infatti, è da una parte della antica struttura delle branchie e delle mandibole che si originarono, quando le prime creature acquatiche uscendo dalle acque incominciano ad evolvere delle strutture ad appendice laterali. Tali strutture diverranno le ali dei futuri insetti.

Ogni evoluzione è una morte e rinascita. Un organismo deve morire se vuole fare il passo più evoluto. La morte e la distruzione fanno spazio al nuovo che c’è nella vita, e permette così la nascita di una nuova specie. Così come l’evoluzione e la rinascita interiore degli individui, si può realizzare soltanto se i disagi esistenziali come depressione, ansia e attacchi di panico, vengono lasciati liberi di agire dentro di noi per distruggere schemi mentali ormai obsoleti e che non ci appartengono più. Per esempio, la psicoanalista Junghiana Marie Louise Von Franz, nel suo libro Alchimia, da molta importanza alla tristezza e alla depressione, perché li analizza come fenomeni della Nigredo: nel processo alchemico ed evolutivo della Grande Opera (Opus magnus), la Nigredo è fondamentale, perché è tramite essa che si può salire ai livelli più alti della trasformazione finale verso la rinascita interiore. Piu si scende in depressione e più in alto si risale per la Rinascita finale. La guida spirituale dei nostri giorni, il Tedesco Echart Tolle, nel suo testo Il potere di adesso, nella parte introduttiva parla della sua depressione che lo stava spingendo al suicidio all’età di 29 anni. Tuttavia, come ricorda Echart Tolle, è stata proprio quella depressione feroce che lo ha svegliato e gli ha permesso di rinascere ed aprire gli occhi alla vera vita.

Il processo di individuazione nell’ alchimia è chiamato Grande Opera. Tale processo è suddiviso in tre stadi: Nigredo, Albedo e Rubedo.  Ho già fatto accenno prima a tale processo. Il primo stadio, la Nigredo, è anch’esso rappresentato da un volatile: il corvo (Corvus corax, Linnaeus, 1758). Si può affermare per analogie, che il corvo sia la nemesi della fenice, il suo lato oscuro. Tuttavia, la verità è un’altra.

 

Il corvo e la morte: morte, incubazione e rinascita

Il corvo è un uccello appartenente alla famiglia dei Corvidae (Vigors, 182), la quale comprende anche gazze ladre, ghiandaie e uccelli lira. Le testimonianze fossili dei corvi preistorici risale al periodo del Miocene, circa 15 milioni di anni fa, ed è testimoniata dalla scoperta dei resti fossili (tarsio, metatarso e tibia), del Miocorvus larteti (Lambrecht, 1933).

Questo corvide preistorico abitava le foreste della Francia (Occitania) e del sud est della Romania (Dobrugia), che nel Miocene erano popolate da numerose foreste di pini, abeti e faggi.

Nel corso dei milioni di anni successivi, con l’evoluzione dei lupi, dei cani e della specie umana, i corvi incominciarono a seguire le loro tracce per cercare di nutrirsi. I corvi sono degli uccelli molto intelligenti, forse sono tra gli animali più intelligenti del pianeta. I canidi, i lupi e la specie umana sono carnivori, e i corvi seguendo i loro spostamenti hanno potuto prendere la carne delle prede cacciate dai lupi e dalla specie umana.  Gli spostamenti di Homo Neandhertalensis (King, 1864), soprattutto quelle popolazioni del Nord Europa, erano molto seguiti dai corvi, i quali seguivano anche i loro cani e i loro lupi.  Oggi i corvi hanno lo stesso comportamento con i lupi, i quali vengono seguiti dai corvi nei loro spostamenti per la caccia. La grande intelligenza e ingegno di questi uccelli ha raggiunto livelli alti, forse sono più intelligenti di alcuni primati e dei primi antenati della specie umana, come gli ominidi Australopithecus afarensis (Dart, 1925).

 Ma la loro intelligenza è sempre stata così alta? o come negli esseri umani, si è evoluta nel tempo?

Nell’immaginario collettivo di molti popoli, il corvo è associato alla morte e all’ Aldilà.  Per esempio, le varie espressioni come “finire in pasto ai corvi “, significano essere divorati dalla morte. Il corvo   contiene infatti due simbologie: il suo piumaggio di colore nero può simboleggiare la notte e il buio, tipico del ventre materno e del sotterraneo della terra, dove l’embrione e il seme sono in incubazione prima di sbocciare. Ho detto infatti precedentemente che l’incubazione di tutti gli esseri viventi è una morte, ma una morte per nascere, per prepararsi alla vita. Il corvo, quindi, rappresenta tale tipo di morte.

Il corvo, infatti, è un uccello sciamanico, e fin dalle prime rappresentazioni artistiche rupestri, come la Grotta di Lascoux situata nella Francia Sud Occidentale, risalente al periodo Gravettiano di circa 19.000/15.000 anni fa, dove oltre ai conosciutissimi animali come cervi e bisonti, è raffigurata una figura di sciamano con la testa di corvo. I corvi compaiono nella mitologia Nordica, citati nell’ Edda poetica, come consiglieri di Odino, di nome Huginn e Muninn.

La grande intelligenza del corvo era conosciuta anche fra i popoli antichi, ed è per questo che molto spesso i corvi nells favole e nelle leggende appaiono come dei Trickster, cioè come degli imbroglioni e dei truffatori combinaguai, le quali sono figure mitologiche molto presente nelle fiabe e nelle favole di ogni epoca e cultura. Abbiamo accennato prima che il corvo nell’ alchimia rappresenta lo stato della Nigredo, lo stadio primordiale della materia, oscuro e tenebroso. Nei libri illustrati degli alchimisti il corvo compare spesso: nel testo dell’alchimista, medico e naturalista Tedesco Johann Daniel Mylius (1583- 1642), Philosophia reformata (1622), la quale opera contiene numerosi simboli e allegorie alchemico sottoforma di immagini, il corvo nero (Corvus corax, Linnaeus, 1758), appare appollaiato sulla mano destra di uno scheletro, il quale sta ritto in piedi sopra il sole nero. Il Solis niger è la notte primordiale di tutte le cose, la materia in putrefazione e decomposizione che si sta preparando per la rinascita e per il risorgere sotto una nuova luce.

Il Solis niger è ovviamente unito al piumaggio nero lucente del corvo. E possiamo affermare con certezza che il Sole nero, Solis niger è il primo stadio primordiale del mondo, cioè la Nigredo. La Nigredo, infatti, è la materia prima, caratterizzata dallo stadio grezzo, confuso e caotico delle prime fasi della materia. Successivamente si passa alla Coniuctio degli elementi maschili e femminile, la quale muore subito dopo l’unione (questa fase alchemica ricorda molto la fecondazione dello Zigote). Dalla Coniuctio si passa alla pulizia, la quale da origine all’ Albedo, cioè l’alba del mondo. Questa fase è conosciuta dagli alchimisti anche come Cauda Pavonis, perche’ il bianco contiene tutti i colori del mondo.  Ma la Rubedo, cioè la Fenice, è un salto ancora più superiore. La Rubedo è il sorgere del sole, l’inizio di un nuovo giorno e quindi di una nuova rinascita dopo la morte della notte della Nigredo. 

 

Morte e Rinascita / Apollineo e Dionisiaco e conclusione

Il Sol Niger compare anche nel romanzo apocalittico della scrittrice inglese Mary Shelley (1797- 1851), L’ultimo uomo (1826), la quale storia narra la fine dell’umanità a causa del batterio della peste. Soltanto un uomo riesce misteriosamente a sopravvivere. Durante lo sviluppo della peste, nei paesi dell’Asia e poi in tutto il mondo, viene avvistato un misterioso Sole nero: da questo oggetto celeste oscuro e tenebroso molte ombre si proiettano sul mondo, avvolgendolo in una notte perenne. Sembra che la maggior parte degli autori di fantascienza, sia scrittori che fumettisti, hanno immaginato il futuro dell’umanità e della terra con molta sfiducia nel genere umano, e soprattutto con uno sguardo apocalittico verso le vicende del mondo. La fine del genere umano causata da malattie misteriose oppure da mostri creati in laboratorio o venuti dallo spazio sembra essere una costante nell’immaginazione di molti autori del Novecento.  Ma non dobbiamo dimenticare che dalla morte e dell’oscurità nasce lentamente una nuova vita e una nuova strada da percorrere.

Il Sole nero è il lato Dionisiaco della natura, il lato distruttive del mondo. Il mondo si regge su due opposti: Apollineo e Dionisiaco. Il mito narra di Dionisio sembrato dai Titani e ricomposto da Apollo. L’ Apollineo, infatti, è il mondo manifestato apparentemente sublime è ordinato. Il Dionisiaco è il vero volto del mondo che sta nascosto, ed è caotico e distruttivo.  La parte dionisiaca del mondo si manifesta per esempio con i cataclismi naturali e con la ferocia degli animali. Il lato apollineo invece è nella parte apparentemente ordinata e bella del mondo. Noi nasciamo e moriamo ogni giorno.  La nostra embriogenesi non si ferma dopo la gestazione, ma è tutta la vita. Il mondo infatti contiene energia che si rinnova ogni secondo, ogni minuto e ogni ora. Tuttavia, quando la nostra vita si rinchiude nel passato o nel futuro, allora si blocca e muore. E soltanto nell’ Adesso che la vita può rigenerarsi all’infinito: soltanto nell’ Adesso la vita può rigenerarsi all’infinito ed essere una continua rinascita e metamorfosi. Ma il vero segreto per la rinascita la rinascita è il tornare ad essere nulla, come infatti afferma la fenice a Masato Yabanobe:

“Devi ritornare ad essere nulla per poter rinascere a vita nuova “(14).

Per il momento mi fermo qui, ma questo tema affascinante necessità di altri numerosi sviluppi, i quali saranno approfonditi e analizzati in una terza parte.

 

Note bibliografiche:

(1) Osamu Tezuka: La Fenice, volume 2: Il libro del futuro; edizioni J- pop, pag. 156, traduzione di Hazard edizioni, a cura di Giulia Gabrielli.  

(2) Joseph Campbell: L’eroe dai mille volti; pag. 286, edizioni Lindau, 2012. Traduzione di Franca Piazza.

(3) The Poems of Taliesin: traduzione in lingua inglese di Ifor Williams. Dublin Institute of avanced studies, 1967, 1975 ,1987.

(4) Joseph Campbell: L’eroe dai mille volti. Pag.  288- 289. Edizioni Lindau, 2012. Traduzione di Franca Piazza. 

(5) Marco Vozza: il senso della fine nell’arte contemporanea, da L’apocalisse nella storia, Humanitas 54 (5/ 1999); pag. 884.

(6) Ella Hoch: Reflections on prehistoric life at Umm annar (Trucial oman), based on faunal remains from the Third millennium B.C, in South Asian Archeology.  Papers from the Fourht enternational Conference of the association of South Asian Archeologists. In Seminario di studi Asiatici, Series minor 6, M. Taddei, 1979, pag. 589 – 638.

(7) I Presocratici: prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti nella raccolta di Hermann Diels e Walther Kranz. 22.  Eraclito di Efeso: testimonianze e frammenti, B. Frammenti dall’opera “Sulla natura”.  Cap. 30- 31, pag. 349.  Edizione Bompiani a cura di Giovanni Reale, 2015.

(8) Robert Frost: Fuoco e ghiaccio, da “Fuoco e ghiaccio “, edizioni Adelphi; pag. 283, traduzione e cura di Ottavio Fatica, 2022.

(9) Genesis: The carpet crowlers. Da “The lamb lies down on Broadaway.  

(10) Ibidem…

(11) Ibidem…

(12) Osamu Tezuka: La Fenice; volume 2: il libro del futuro; pag. 148, edizioni J- pop. Traduzione di Hazard edizioni. A cura di Giulia Gabrielli.

(13)  Osamu Tezuka: La Fenice: volume 2, il libro del futuro, pag. 156, edizioni J- pop. Traduzione di Hazard edizioni. A cura di Giulia Gabrielli. 

(14) Osamu Tezuka: La Fenice, volume 2, Il libro del futuro, pag. 156, edizioni J- Pop. Traduzione di Hazard edizioni. A cura di Giulia Gabrielli.

Foto: Idee&Azione

15 novembre 2022

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