Il mito di Osiride e la psicopatica

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di Luigi Angelino

Come è ben noto, Osiride (1) è una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto, componente dell’Enneade (2), nonchè mitico re. Tra le numerose prerogative del dio, gli Egizi gli attribuivano l’invenzione dell’agricoltura e della religione, considerandolo il principale civilizzatore e benefattore dell’umanità. Nel suo mito senza dubbio più importante, profondamente legato ad Iside, sua sposa e sorella, Osiride morì annegato nel Nilo, dopo essere stato assassinato per un complotto ordito dal fratello minore Seth. Ma, nonostante lo smembramento del corpo, le arti magiche delle sorelle Iside e Nefti sarebbero riuscite a riportarlo in vita. Pertanto il martirio subito, unitamente alla miracolosa resurrezione, gli avrebbe fatto guadagnare il titolo di “Signore dei morti”, divenendo garante delle leggi di Maat e venerato come dio della morte e dell’oltretomba. Osiride, pertanto, attraverso la sua morte e resurrezione, assurgerebbe a simbolo dell’ordine e dell’equilibrio cosmico.

In un’epoca successiva e di più profonda maturazione culturale, cioè durante il Medio Regno (2050-1650) a .C., la capitale del culto di Osiride diventò Abido, che acquistò notevole fama, grazie alle festività connesse con la divinità, in particolare in concomitanza con la ricorrenza che salutava l’anno nuovo o con quella istituita per omaggiare la presunta e/o simbolica reliquia della testa del dio. Nel corso del primo millennio a.C., Osiride, pur conservando le prerogative di dio funerario, si impose maggiormente come “dio della fertilità”, invocato dalle popolazioni della valle del Nilo, affinchè inviasse benefiche inondazioni. A ciò si aggiunse l’usanza di alcuni coloni greci, probabilmente di origine cretese, che si erano trasferiti a Menfi, di adottare il suo culto nella forma di Osiride-Api, ovvero il sacro toro mummificato, aprendo la strada ad un culto del dio di carattere “inter omnes gentes” e di valenza sincretica che raggiungerà il suo apice in età ellenistica (3).

In seguito alla caduta dell’impero di Alessandro Magno, i faraoni tolemaici promossero il culto in onore di Osiride, che si celebrava in prevalenza nel territorio della città di Alessandria, trasformando l’identità del dio nelle sembianze di Serapide, che, perdendo la purezza originaria, diventò una sorta di divinità sincretica greco-egizia. Osiride ed Iside continuarono ad essere venerati, in diverse forme, dopo la conquista romana dell’Egitto e il loro culto si mantenne popolare fino al VI secolo d.C., quando l’ultimo tempio a loro dedicato, quello che sorgeva sull’isola di File, fu chiuso per ordine dell’imperatore Giustiniano nel 530 d.C.. In realtà, il culto per la più antica trinità mediterranea accertata, composta da Iside, Osiride ed il loro figlio Horus, è sempre sopravvissuto nella tradizione di numerose società misteriche, molto spesso mimetizzato nella stessa simbologia dell’architettura, della scultura e della pittura cristiana.

Nelle raffigurazioni iniziali, il dio Osiride era visto in stretta connessione con la monarchia egizia, in quanto era considerato come un vero e proprio faraone, che aveva governato sull’Alto e sul Basso Egitto, unificando un vasto territorio, morto e poi divinizzato. In relazione a ciò, Osiride è rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto, denominata “hedjet”, cioè un cappuccio rigido che si allarga verso l’alto, terminando con una sorta di rigonfiamento (4). Al copricapo tipico dei faraoni, si aggiungevano due piume laterali di struzzo: la corona, pertanto, prendeva il nome di “atef”. Altri elementi importanti erano costituiti dallo scettro heqa e dal flagello nekhekh, che teneva fra le mani, incrociando le braccia sul petto. E’ importante sottolineare che essendo Osiride concepito come un dio defunto, l’iconografia lo presentava sempre con un corpo mummificato in diverse posizioni. Ad esempio, in alcune occasioni, è mostrato coricato sul letto funebre, oppure assiso sul trono, o ancora in piedi, per indicare la vittoria sulla morte.

L’immagine del dio Osiride era presentata con molteplici aspetti e la forte devozione nei suoi confronti è testimoniata sull’intero territorio egiziano. Oltre alla straordinaria importanza di governare il regno dei morti, ad Osiride si riconosceva il controllo dei meccanismi che regolano l’universo, potendo esercitare la sua azione benefica sugli astri, sui cicli delle stagioni e dei raccolti. A causa delle sue molteplici funzioni, il dio è presentato nelle fonti con numerosi epiteti, che gli valsero perfino la dedica di numerose litanie, fra cui quella emblematica di “Colui che ha molti nomi”. Questa lunga serie di nomi con cui era invocato è contenuta nel 142° capitolo del libro dei morti (5); attraverso questo testo il defunto avrebbe potuto conquistare la vita eterna a similitudine dello stesso Osiride, pronunciando in un certo ordine i 115 epiteti del dio. Quanti più nomi il fedele avesse enumerato, più avrebbe dimostrato di sottomettersi alla potenza della divinità invocata. A tale proposito, è opportuno sottolineare come la struttura salmodiale delle invocazioni ebraiche, nonché le stesse ripetitive litanie dedicate ai santi in ambito cristiano, traggano ispirazione proprio dalle preghiere codificate dai sacerdoti dell’antico Egitto.

Il primo autore famoso che cercò di riassumere i punti salienti del mito di Osiride, fu lo storico greco Plutarco, nella sua opera su “Iside e Osiride” (6). Plutarco racconta, prima di tutto, della mitica istituzione del calendario solare di 365 giorni, poi passa a narrare le vicende della famiglia di Osiride che sarebbe nato da una relazione clandestina tra Nut, la dea del cielo e suo fratello Geb, la terra. Tale relazione avrebbe provocato la reazione furiosa dello sposo di Nut, il dio-sole Ra. Iside era individuata come sorella e moglie di Osiride e nel culto popolare greco-romano, a partire dal VIII sec. a.C., superò di gran lunga il marito per fama e popolarità. Per quanto riguarda l’antica tradizione egizia, il documento più esaustivo riguardo a Osiride è la Stele funeraria di Amnemose (7), elaborata quando regnava la XVIII dinastia, in quanto contiene il “grande inno a Osiride”, di cui alcuni passi sono dedicati alla sorella-moglie Iside. Nella Stele è riportata la versione più famosa e completa del mito di Osiride: Seth lo uccide e ne fa sparire il corpo, ma Iside, con la potenza della sua magia, lo fa risorgere dalla morte per il tempo necessario a concepire Horus, suo erede. La parte finale dell’inno è rivolta ad elogiare Horus, in quanto ogni faraone egizio era destinato ad incarnare la figura del figlio di Osiride e di Iside, conservandone la dignità divina. Pertanto, pur partendo da presupposti mistici e religiosi, l’inno si imponeva come un omaggio al sovrano in carica.

Nell’esaustivo racconto di Plutarco, peraltro, vi sono altri elementi di grande suggestione. In esso si narra che Osiride, sedotto con l’inganno, consumò un rapporto sessuale con Nefti, sorella gemella di Iside, concependo con questa il dio Anubi. Alcuni studiosi di egittologia hanno interpretato questo passo, come il tentativo postumo di inserire una divinità di origine indipendente, come Anubi, nel pantheon originale egiziano che gravitava intorno ad Osiride. Inoltre, si ritiene che Iside debba essere considerata la sposa terrena di Osiride, mentre Nefti la sua sposa eterna, con la quale avrebbe condiviso il controllo dell’aldilà. Questa teoria è supportata dal fatto che Nefti era una divinità raffigurata con aspetti funerari e anch’ella era considerata dea dell’oltretomba. La stessa Nefti fu anche nutrice di Horus e lo protesse dai propositi di Seth, dimostrando un profondo legame con la triade divina.

Come abbiamo già detto, Osiride era il dio degli inferi, della fertilità, ma anche dell’agricoltura e delle operazioni ad essa connessa. In tali bucoliche funzioni, era festeggiato nel mese di “kholak” (8) quando si procedeva alle operazioni per la raccolta del grano. I germogli del grano stavano ad indicare la sua resurrezione e venivano utilizzati, anche in ambito funerario, nella cosiddetta statuetta di “Osiride vegetante”. Secondo la tradizione, Osiride e la moglie Iside insegnarono all’umanità le tecniche riguardanti l’agricoltura, emblema di sviluppo e di civilizzazione, soprattutto per una società civile che si basava proprio sulle esondazioni del fiume Nilo. Un mito narra che Osiride sia stato anche l’inventore della vela: in maniera accidentale, il dio si sarebbe bagnato la veste che indossava ed avrebbe appeso la stessa tunica all’albero maestro della barca. Di conseguenza, grazie alla sua veste, immediatamente la barca avrebbe cominciato a seguire la corrente dei venti. In questo racconto si intravede il tentativo di rievocare, attraverso una rappresentazione mitica, il processo di trasformazione della civiltà egizia che passò da uno stadio rurale ad un livello di sviluppo più prospero, attraverso la navigazione ed i contatti con gli altri popoli del bacino del Mar Mediterraneo.

Emblematica e famosa era l’immagine di Osiride, signore dell’oltretomba, che pesava i cuori dei morti su un piatto della bilancia, mentre sull’altra era collocata soltanto una piuma. Le anime che risultavano pesare di più della piuma, perchè in vita si erano macchiate di peccati, venivano date in pasto al mostro Ammit, mentre quelle così leggere da non superare la consistenza di una piuma, venivano inviate ad Arau, un luogo beato che possiamo definire come una sorta di “campi elisi”. La cerimonia prendeva il nome di “psicostasia” (9), un rituale tipico della religione egizia che si fondava su antiche credenze antropologiche.

Per comprendere, almeno in parte, la pratica della “psicostasia”, è necessario sinteticamente introdurre alcune convinzioni diffuse nell’antico Egitto. L’uomo, secondo gli Egizi, risultava costituito da un corpo e da tre forze spirituali, che si possono così descrivere:

KA (forza vitale), considerata quella di carattere principale: la sua presenza sarebbe in grado di distinguere gli esseri viventi dai non viventi e rappresenterebbe il nucleo centrale dell’anima che il soggetto eredita dai suoi antenati e poi trasmette ai propri figli. Gli Egizi non consideravano la morte un evento così drammatico e definitivo, perché, secondo la loro visione, nel momento del trapasso l’uomo si sarebbe riunito al suo “ka”;

BA (forza individuale), considerata la forza che assicurerebbe a ciascuno la sua individualità e che, dopo la morte, pur abbandonando momentaneamente l’essere umano, si sarebbe ricongiunta a questo in un momento successivo ed in maniera definitiva;

AKH (forza spirituale) che raggiungerebbe il suo massimo sviluppo soltanto dopo la morte, lasciando intendere come gli Egizi considerassero la dimensione spirituale di ciascun individuo superiore a quella fisica.

Trattandosi di forze spirituali che potevano ricongiungersi al corpo soltanto dopo la morte, per gli Egizi era fondamentale che il corpo si mantenesse integro, mediante il processo di mummificazione (10). Ma ciò non bastava, perchè era necessario che anche lo spirito fosse preservato, adempiendo alle 42 prescrizioni della dea Maat, che costituivano la base imprescindibile della religione egizia, formando un compendio normativo che dispiegava i suoi effetti sia in ambito pubblico che privato e che doveva essere osservato per tutta la vita. L’esito del giudizio dei morti, mediante la cerimonia della “psicostasia” al cospetto di Osiride, si sarebbe basato proprio sul rispetto di quella legge, presupponendo una valutazione oggettiva e non arbitraria. Maat, pertanto, era il simbolo della giustizia e della verità, personificando l’ordine cosmico, che si contrapponeva al caos sterile e portatore di confusione. Gli Ebrei, più tardi, copiarono le principali regole di Maat, con il patriarca Mosè che le codificò nei dieci comandamenti, riducendole alle prescrizioni essenziali per l’utilità di una comunità originariamente nomade, come quella descritta nel libro biblico dell’Esodo. E’ importante sottolineare come nell’antico Egitto le 42 prescrizioni di Maat non avessero carattere punitivo, bensì fossero considerate importanti indicazioni per vivere bene e per mantenere l’armonia con il creato e con il prossimo. In quest’ottica, il giudizio di Osiride era visto come una semplice conseguenza del cattivo operato del soggetto durante la propria esistenza e non come “punizione” ex post per le azioni compiute, una concezione etico-religiosa alquanto diversa da quella che sarà la visione in tema di “giudizio universale” delineata nella letteratura apocalittica giudaico-cristiana sia canonica che apocrifa.

Passando ad analizzare le varie fasi della mitica cerimonia della “psicostasia”, essa si svolgeva con un vero e proprio “giudizio dei morti”, con una sua peculiare liturgia processuale, celebrato al cospetto del dio Osiride, assistito da 42 giudici che rappresentavano le 42 province egiziane (11). Troviamo la dettagliata descrizione della cerimonia nel celebre libro dei morti: il ka di ogni uomo era obbligato a pronunciare una dichiarazione di innocenza, nella quale doveva dimostrare che non aveva infranto nessuna delle 42 regole del Maat. E’ stato giustamente rilevato come questa dichiarazione somigliasse molto al sacramento della “confessione” in ambito cristiano, mutuata da un’abitudine che ogni retto egizio doveva ripetere nel corso della vita, cioè quella di porsi davanti al simbolo del dio Thot per svolgere un approfondito “esame di coscienza giornaliero” del suo comportamento verso gli altri e verso gli dei. Alla cerimonia, così come codificata nel precitato testo, partecipava, infatti, anche il dio della luna, Thot (12), che era deputato alla sistemazione della bilancia provvista di due piatti: su uno di questi c’era la piuma, raffigurazione di Maat, sull’altro il cuore del defunto, collocato da un severo ed imperscrutabile Anubi. Il dio Thot, poi, nelle sue funzioni notarili, incideva il suo giudizio con lo stilo, mentre accanto a lui sedeva il già citato mostro con le sembianze di coccodrillo, leone ed ippopotamo, pronto a mangiare il morto, qualora fosse emersa la sua colpevolezza. Se invece il defunto riusciva a dimostrare la sua purezza, per aver rispettato durante la propria esistenza le leggi di Maat, gli era consentito di passare nel regno luminoso di Osiride, che rappresentava la continuazione della vita terrena. I malvagi, al contrario, erano relegati ad abitare, oppressi dalla fame e dalla sete, il buio regno sotterraneo, illuminato solo nell’ora in cui si immaginava che il sole, nel suo viaggio notturno, attraversasse lo spazio al di sotto della terra (13).

Il tema iconografico della pesatura delle anime è stato ripreso anche in Europa a partire dall’epoca medievale. Esso, infatti, può essere rinvenuto in alcuni luoghi di culto del nostro Paese, come nella chiesa di San Biagio Talignano, in provincia di Parma, edificata nel XII secolo e posta su una delle numerose varianti della via Francigena (14). Nella lunetta collocata sopra il portale d’ingresso della chiesa, è possibile distinguere la raffigurazione della pesatura delle anime. Sulla bilancia sono delineate due anime, sottoposte a giudizio al momento della morte. A contendersi la destinazione delle due anime vi sono due forze: il Bene, rappresentato dall’Arcangelo Michele con la spada sguainata ed il Male, simboleggiato dal demonio alato. Entrambi sorreggono la bilancia e cercano di condurre le anime dalla propria parte. Si lascia intravedere abbastanza chiaramente come il male conduca la propria lotta ricorrendo all’inganno, in quanto un primo demonio spinge la bilancia, mentre un secondo diavolo cerca di farla prendere, tirandola con un uncino (l’anima di destra, pertanto, sembra già condannata all’inferno) (15).

Considerando la psicostasia come rituale di purificazione, non vi sono dubbi che essa, in sintonia con l’intero significato del mito di Osiride, contenga in sé importanti simboli mistici ed esoterici. Gli Egizi, infatti, anche secondo le testimonianze di Tucidide e di Erodoto, furono i primi a credere nell’immortalità dell’anima. Si potrebbe arrivare ad affermare che l’idea di “anima” sia proprio partita dalla civiltà egizia, per percorrere poi l’intero pensiero occidentale, fino ad arrivare al profondo Wittgenstein che, nel secolo scorso, poneva il problema del raffronto tra il termine “anima” e i temi dell’autocoscienza e del pensiero (16). I saggi greci, del resto, impegnati nelle più svariate discipline, come il politico Solone o il matematico Pitagora, erano soliti visitare l’Egitto, alla ricerca della conoscenza filosofica ed esoterica che i sacerdoti di questo misterioso popolo possedevano.

Il pensiero religioso ed esoterico fiorito nell’antico Egitto appare, in alcuni casi, molto complicato ed oscuro, anche perché all’epoca di questa civiltà, i segreti ed i misteri del culto erano custoditi con estremo riserbo dalla casta sacerdotale, che aveva un’impronta rigidamente gerarchizzata al suo interno e di totale chiusura al suo esterno. Gli egittologi attuali non ritengono di aver completamente decifrato il pensiero egizio sull’anima, soprattutto alla luce delle nuove teorie che sembrano legare le origini di questo popolo ad una precedente civiltà supermondiale, seppure non condivise dalla maggior parte della comunità accademica. Gli stessi Egizi potrebbero aver ereditato e custodito un bagaglio di nozioni più antico e di non ancora accertata provenienza. In futuro ci potrebbero essere nuove scoperte in grado di fare definitiva chiarezza su tanti interrogativi ancora irrisolti. Ed, in conclusione, mi sembra opportuno precisare che nella concezione semantica dell’antica civiltà egizia non ci sono termini esatti che noi possiamo tradurre, secondo l’accezione moderna, in “religione”, “scienza” o “società”. Nell’antico Egitto il sapiente è “colui che sa” e per questo motivo è forse più adeguato parlare di “conoscenza” in senso lato, e “conoscere”, per gli antichi Egizi, significava “intervenire” direttamente su una determinata realtà.

Note

1 – Osiride da Osiris, ellenizzazione dell’originale egizio Asar o Asir;

2 – L’Enneade o Grande Enneade era un gruppo di nove divinità egizie venerate a Eliopoli. Ne facevano parte, oltre ad Osiride ed Iside, anche Athum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Seth e Nefti;

3 – Osiride-Api era raffigurato come un toro nero con macchie bianche, scelto in base alla diffusione delle stesse macchie, considerate come segni sacri se corrispondevano ad una mezzaluna su un fianco o ad un triangolo bianco sulla fronte;

4 – Cfr. Roberto Tresoldi, I misteri dell’antico Egitto. Magia, riti, religione ed iniziazione, De Vecchi editore, Milano 2022;

5 – Antico testo funerario egizio, adoperato stabilmente a partire dal Nuovo Regno fino alla metà del I secolo a.C.;

6 – Cfr. Plutarco, Iside ed Osiride, Edizione Adelphi, Milano 1985;

7 – La Stele citata, conosciuta anche con la denominazione “di Rosetta”, dal nome della località dove fu ritrovata dall’esercito di Napoleone nel 1799, è ora conservata nel Museo del Louvre;

8 – Il mese di “kholak” andava dal 27 novembre al 26 dicembre;

9 – Il termine “psicostasia” deriva dalla parola composta del greco antico, “psicostasis”, che letteralmente è traducibile con “pesatura delle anime”;

10 – Cfr. Luigi Angelino, La ricerca del divino, Edizioni CTL, Livorno 2021;

11 – L’antico Egitto era suddiviso in 42 province o distretti, che gli storici greci, tra cui Erodoto, identificarono con il nome di “nomoi”. L’Alto Egitto era suddiviso in 22 province, mentre il Basso ne comprendeva 20;

12 – Il dio Thot era considerato come il dio della luna, della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria. Era in genere rappresentato sotto forma di Ibis, uccello che vive sulle rive del Nilo, o meno di frequente con le sembianze di babbuino. Era, inoltre, il protettore degli scribi;

13 – Cfr. Boris de Rachewiltz, I miti egizi, Edizioni Longanesi, Milano 2018;

14 – La chiesa è più conosciuta con il nome di “Pieve di San Biagio”, a struttura romanica, situata ai margini del Parco naturale regionale dei Boschi di Carrega;

15 – Già presente nell’Ebraismo e nell’Islam, l’arcangelo Michele è identificato come il capo delle milizie angeliche che, alla fine dei tempi, saranno in grado di sconfiggere Satana;

16 – Cfr. Ludwig Josef Johann Wittgenstein, Trattato logico.filosofico, tradotto da G.C.M. Colombo, Edizione Fratelli Bocca, Milano-Roma 1954.

Pubblicato su Pagine Filosofali 

Foto: Pagine Filosofali

20 novembre 2022

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