Un grande reset a servizio dell’uomo. Cos’è l’Antropocrazia in 22 punti

image_pdfimage_print

di Lorenzo Marinoni

Premessa

Le idee dell’Antropocrazia (dal greco, “potere all’essere umano”) nascono da un’osservazione empirica del fatto economico nei suoi fondamenti più elementari.

L’Antropocrazia non si rivolge quindi principalmente a specialisti di economia o di finanza, i quali anzi avranno la propensione a snobbarla proprio a causa della sua semplicità. La struttura essenziale dell’Antropocrazia è incompatibile con l’orgoglio intellettuale di chi pretende di sapere solo per essersi sobbarcato la fatica di affrontare la complessità, più o meno giustificata, delle conoscenze accademiche. Detto con un noto aforisma Zen: non puoi riempire un vaso che è già pieno.

L’Antropocrazia si rivolge piuttosto a chiunque sia dotato di una normale capacità riflessiva, nella certezza che con il solo aiuto di essa ne potrà agevolmente ripercorrere la coerenza logica. Non si sente sminuito nel suo essere ma anzi innalzato nelle regioni dello Spirito chi comprende l’importanza di seguire le concatenazioni di pensiero svolte da altri nella misura in cui sono vere. Nel riconoscimento dei contenuti di verità conseguiti con la forza del pensiero individuale risiede infatti il primo fondamento della comunione spirituale tra gli uomini. Ciò che sembra inconciliabile finché il pensiero è soggiogato dalla sudditanza al mondo sensoriale, diventa una realtà inconfutabile nel mondo dello Spirito, da cui il pensiero trae origine.

A dispetto dell’abitudine che va oggi per la maggiore, la specializzazione dei saperi non dovrebbe mai costituire un alibi per abdicare all’esercizio del discernimento individuale. Solo la pratica di quest’ultimo può disinnescare la contraddittoria abitudine alla delega di tutto ciò che è di pertinenza della cultura in quanto coltivazione spirituale della propria anima.

Svolgimento

I 22 punti che seguono racchiudono in estrema sintesi il ragionamento attraverso il quale si articola la proposta antropocratica:

  1. L’economia reale, ovvero lo scambio di merci e servizi, precede sia in senso cronologico che in senso logico l’economia finanziaria, ovvero la gestione del denaro circolante. Prima l’uomo ricorre al baratto e solo dopo si serve del denaro. Prima ci sono le cose e solo dopo i segni convenzionali per definirne il valore.
  2. Ne consegue che i mali della società legati ad una cattiva circolazione del denaro non vanno cercati in prima battuta all’interno dell’economia finanziaria, ma nel rapporto disfunzionale che si è instaurato nel tempo tra questa e l’economia reale. In altre parole e più precisamente: non vale accusare subito i banchieri di una condotta criminale se prima non si sono valutate attentamente le perturbazioni esercitate sull’economia reale da parte di fattori terzi, i cui effetti nefasti sull’economia finanziaria si potrebbero a quel punto rivelare come meri danni collaterali.
  3. Lo Stato in quanto apparato giuridico sovraordinato ai singoli individui risulta ad un’indagine spassionata l’unico indiziato in tal senso. Nelle cosiddette democrazie liberali, che sono il vanto dell’Occidente, lo Stato interferisce in modo palese non solo con la libera vita culturale, ma anche con la libera iniziativa imprenditoriale. Ciò rende la “democrazia liberale” un falso idolo.
  4. Se la prima interferenza è appurata dall’imposizione di un “sapere di Stato” che autorizza o nega l’esercizio delle professioni, la seconda interferenza è appurata dall’imposizione di una penalità fiscale che inibisce l’impresa in quanto tale, considerando alla stregua di un reato trarre vantaggio economico dai frutti del proprio lavoro (si parla non a caso di “denuncia” dei redditi). Punire chi guadagna è un retaggio moralistico che risale ad una concezione pauperistica del cattolicesimo volta ad instillare il senso di colpa nel ricco, ulteriormente rafforzata dallo spirito vendicativo che permea la visione sociale marxista, volta ad instillare il desiderio di rivalsa nel povero. Per questo motivo – detto per inciso – quella catto-comunista è la disposizione ideologica più lontana possibile dalla capacità di comprendere l’Antropocrazia.
  5. Il fatto che lo Stato agisca nei confronti del cittadino non in forza di contenuti di verità, bensì in forza dei due pregiudizi ideologici appena enunciati, produce come effetto l’innesco di un circolo vizioso che, partendo dai ceti più deboli, va a detrimento dell’intera società. Quando un errore teoretico viene declinato in provvedimenti legislativi, esso agisce come un veleno sulla compagine sociale. Il regime fiscale che colpisce i redditi ed i processi produttivi si scarica infatti fatalmente sui prezzi, provocando inflazione e perdita di potere d’acquisto della moneta. L’imprenditore dovrà aggiungere anche le imposte, sempre crescenti, ai costi di produzione, facendoli lievitare ai danni del consumatore finale. Quanto più costui percepirà un reddito basso e fisso, tanto più soffrirà l’aumento dei prezzi. Lo studioso di Antropocrazia Stefano Freddo fa a questo proposito un’acuta osservazione. Trasponendo in campo finanziario l’ammonimento di Gesù Cristo a Pietro “chi di spada ferisce, di spada perisce”, vale altrettanto il principio “chi di tasse ferisce, di tasse perisce”: con buona pace di chi ritiene di ottemperare ad un principio di giustizia sociale quando caldeggia la traduzione in ammenda pecuniaria del proprio odio verso i “padroni sfruttatori”.
  6. L’inflazione causata dall’interferenza che lo Stato esercita sull’economia reale attraverso la leva fiscale costringe all’esigenza di sempre nuove emissioni monetarie, che appartengono all’ambito dell’economia finanziaria. Il potere della finanza diventa via via sempre più soverchiante rispetto all’economia reale e rispetto alla stessa politica che legifera in materia fiscale. La politica non ha più la forza di reagire invertendo quel circolo vizioso che essa stessa ha cominciato con l’adozione del regime fiscale di tipo reddituale. I banchieri danno ordini ai politici
  7. L’interferenza fiscale influisce quindi sul rapporto tra economia reale ed economia finanziaria, svantaggiando la prima e avvantaggiando la seconda. Se è lecito constatare la prepotenza dei poteri finanziari come effetto del processo patologico descritto, non lo è condannare tali poteri come se ne costituissero la causa. Si risponde così compiutamente al punto 2.
  8. Osservato tutto ciò, le tre questioni fondamentali a cui l’Antropocrazia rivolge la propria attenzione sono: come evitare l’interferenza fiscale con l’economia reale, come risolvere l’annoso problema del Debito Pubblico e come far entrare ed uscire il denaro dall’economia reale secondo giustizia.
  9. A queste tre se ne aggiunge una quarta, che riguarda il tema della Giustizia. Essa dovrebbe costituire il campo di interesse prioritario da parte di uno Stato che, assolvendo al proprio compito più autentico, voglia farsi garante della sicurezza dei cittadini. L’Antropocrazia fa coincidere la colonna portante della riforma giudiziaria con il mutamento radicale del criterio stesso con cui viene concepita la rappresentanza politica. I giudici vengono cioè eletti su base meritocratica direttamente dai cittadini e acquisiscono cariche legislative in base all’anzianità. Questo processo va da un lato ad interrompere la collusione tra politica e magistratura e dall’altro a rimpiazzare la rappresentanza indiretta ed evanescente dei cittadini attraverso i partiti, come vige nelle attuali democrazie.
  10. A differenza della Democrazia, l’Antropocrazia non considera la società umana come un astratto agglomerato di soggetti di diritto il cui comportamento possa essere ridotto a quello elettorale e descritto da freddi calcoli statistici, ma se la raffigura come un essere vivente collettivo, regolato da leggi organiche e insieme spirituali, che essa chiama “organismo sociale”.
  11. In linea con questa visione al tempo stesso cristiana e organica della comunità umana, l’Antropocrazia rifiuta la descrizione del denaro come “sterco del demonio” – cioè il più triste espediente con il quale un uomo caduto dall’Eden sarebbe stato costretto a compromettersi suo malgrado fino ad un’auspicabile liberazione dalle catene della materia – ma al contrario lo concepisce come il sangue pulsante del suddetto organismo sociale. L’anima dell’Antropocrazia è occidentale e non orientale, poiché essa non vuole scappare dal mondo per ritornare in un Nirvana incorrotto, ma trasformare il mondo in sintonia con l’essenza spirituale umana. Essa non vuole rimandare la giustizia sociale nell’aldilà, ma attuarla nell’aldiqua. L’Antropocrazia può pertanto essere considerata come una forma moderna di Umanesimo.
  12. Osservando il ciclo delle stagioni nel nascere e morire della natura e osservando il rapporto tra la circolazione del sangue e la respirazione nell’organismo umano, l’Antropocrazia ritiene che anche il denaro quale sangue della vita sociale debba essere soggetto non solo ad un ciclo di vita, ma anche ad un ciclo di morte.
  13. Così come la morte della pianta in autunno produce sostanza organica di decomposizione che fa da substrato fertile per la nascita di altre piante la primavera successiva, con lo stesso criterio il denaro deve poter uscire e rientrare nell’economia reale. Ciò che il mondo vegetale attua per necessità naturale, un mondo finanziario al servizio dell’uomo deve imitare secondo oculata pianificazione.
  14. Il ciclo di deperimento o di morte del denaro viene perciò a corrispondere alla tassazione, mentre il suo ciclo di vita – o meglio di rinascita – viene a corrispondere all’emissione monetaria di un minimo vitale per tutti. L’Antropocrazia definisce “monetaria” la nuova forma di tassazione, che non si scarica più sui prezzi e indica nell’istituzione del “reddito base” la nuova forma di solidarietà sociale, sostitutiva di ogni altro tipo di previdenza. Si risponde così alla prima e alla terza questione del punto 8.
  15. L’unica tassazione legittima viene perciò intesa come quella procedura di obsolescenza controllata del denaro che ne giustifichi in modo organico l’abbandono dell’economia reale. L’Antropocrazia considera innaturale, ingiusto e malsano che al denaro si accordi una qualifica di incorruttibilità, a fronte della natura corruttibile dei beni che serve a scambiare. O addirittura peggio: che il denaro si possa moltiplicare per il fatto di non essere speso ma tesaurizzato.
  16. L’incidenza dell’attuale sistema fiscale sui prezzi al consumo è come minimo del 50%. Ne consegue che abolendo la fiscalità di tipo reddituale il potere d’acquisto del denaro circolante raddoppierà. A quel punto la Nazione che decida di adottare la proposta antropocratica avrà le risorse finanziarie per estinguere in un’unica soluzione il Debito Pubblico senza nulla far perdere ai cittadini, che – saldato il Debito – recupererebbero lo stesso potere d’acquisto di prima. L’Antropocrazia può permettersi il lusso di non entrare neppure nel merito di come il Debito Pubblico sia stato generato. L’obiettivo non è di punire le frodi bancarie, ma di non avere più bisogno dei banchieri in quanto gestori esclusivi di un sistema di emissione monetaria a debito. Si risponde così anche alla seconda questione del punto 8.
  17. Il reddito base, universale, vitalizio e incondizionato rappresenta quella parte di denaro che rende concreto il diritto naturale alla vita, rientrando rinato, rinnovato o risorto nell’economia reale. La gerarchia delle fonti di diritto viene così finalmente autenticata ponendo al suo vertice una garanzia talmente concreta da consistere in un provvedimento monetario. Se si eccettua il denaro destinato a far fronte alla Spesa pubblica nel settore della Giustizia (l’unico ad essere legittimamente gestito dallo Stato), il reddito base costituisce l’unica forma di (ri)emissione monetaria, a credito di ciascuno.
  18. Il diritto naturale alla vita non solo risponde ad un’esigenza umanitaria indiscutibile, ma trae la sua giustificazione storica da quello stato di natura preagricolo nel quale ogni uomo poteva accedere liberamente ai frutti della terra. Tornare alle origini senza rinunciare alla proprietà privata – che è stata prima di tutto quella dei terreni, ma che ha consolidato nei secoli e sul piano materiale il senso dell’esistenza individuale – non può perciò condurre ad altro che al reddito base. Il reddito base rappresenta pertanto l’equivalente monetario del libero accesso per tutti ai frutti che offre la terra, idealmente divisa tra tutti in parti uguali.
  19. La garanzia della sopravvivenza tramite il reddito base decreta inoltre la fine del lavoro umano inteso come una merce che si vende al mercato. Cessando la condizione mercenaria del lavoratore, non più costretto a vendere il proprio tempo e le proprie competenze per procurarsi di che vivere, cessa anche l’applicabilità del concetto di lavoro dipendente. Ogni lavoro smette di essere pagato (come una merce) ma può solo essere liberamente apprezzato e chi lavora arricchisce davvero l’organismo sociale perché, grazie alla tranquillità che gli fornisce il reddito base, lo fa solo per vocazione e non più per costrizione. Non è possibile separare il concetto di lavoro dal concetto di merce – e quindi liberare l’uomo da un’esistenza mercenaria – se non si separa prima il concetto di lavoro dal concetto di denaro funzionale all’acquisto di una prestazione (retribuzione), per associarlo invece al concetto di denaro elargito per valorizzare il talento che in tale prestazione si esprime (apprezzamento).
  20. La continua rinascita del denaro come emissione periodica del reddito base rappresenta da un lato il riconoscimento condiviso di garantire a tutti l’accesso alla vita economica partendo dalla soddisfazione dei bisogni irrinunciabili di sussistenza e dall’altro lato rappresenta il continuo rinnovamento della fiducia che ognuno accorda a sé stesso ravvisando nel reddito base il volano grazie al quale far fruttificare in libertà pure i propri talenti interiori. È evidente che questa seconda istanza deriva dalla prima e cioè da una preventiva emancipazione dal problema della sopravvivenza fisica.
  21. Poiché il reddito base consegue da un patto di giustizia sociale stipulato idealmente tra tutti i cittadini e non discende da una concessione accordata dall’alto in modo paternalistico, estemporaneo ed emergenziale, la banca deputata ad emettere il reddito base non sarà un ente terzo (Banca d’Italia), ma un istituto creditizio che eroghi equamente denaro sotto forma di dono e di cui tutti i membri dell’organismo sociale siano comproprietari in egual misura (Banca degli Italiani).
  22. Una condizione particolarmente favorevole alla realizzazione pratica della riforma antropocratica è data dal tanto vituperato progresso tecnologico, che ha invece consentito e consentirà sempre più di emancipare l’uomo dai lavori più faticosi, ripetitivi e prolungati, delegandoli sempre più alle macchine. La robotica non deve diventare il pretesto transumanista per considerare gli uomini esuberi inefficienti e perdenti rispetto alle prestazioni dei congegni automatizzati – da cui il sogno delirante di un’ibridazione con essi -, ma l’occasione per liberare l’uomo da incombenze che lo distoglierebbero dalla propria realizzazione. Inoltre ed infine, anche la temuta conversione di tutto il denaro circolante in moneta elettronica non è da vedersi come una iattura per la vita economica e il colpo di grazia alla libertà individuale di gestire i “propri soldi”, bensì come l’occasione propizia affinché possa rendersi tecnicamente praticabile la datazione del denaro per la fiscalità di tipo monetario che l’Antropocrazia propone.

Postilla

Utopica è un’idea sociale che muove da una fantasia onirica. Non è invece utopia sociale ma responsabilità morale verso gli altri quella che muove chi si propone di realizzare contenuti di pensiero afferrati nella loro veridicità. Tale proposito non si corrobora di un proselitismo basato sul convincimento forzato circa la bontà dell’idea, ma è l’idea stessa a convincere nel momento in cui venga colta nella sua capacità di correggere verso il bene un errore che condiziona negativamente la vita sociale. L’Antropocrazia non è un sogno o una curiosità per anime belle, ma una risposta efficace ai problemi più gravi che affliggono l’organizzazione sociale e che demoralizzano ogni essere umano quando è costretto a vivere i rapporti con i suoi simili entro un contesto sociale regolato da norme inadeguate.

Nicolò Bellia, l’ideatore dell’Antropocrazia, elaborò questo progetto di riforma sociale sulla base della sua esperienza pratica, di uomo e di imprenditore. L’Antropocrazia non è pertanto un’esercitazione accademica avulsa dalla vita reale.

Ma quest’ultima considerazione risulterà certamente superflua a chi ha letto con attenzione fino a qui.

Foto: Idee&Azione

14 gennaio 2023

Seguici sui nostri canali
Telegram 
Facebook 
YouTube