Il cambiamento che non vogliamo

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di Belinda Bruni

«Ciò che il gregge odia di più è chi la pensa diversamente; non è tanto l’opinione in sé, ma l’audacia di pensare da sé, qualcosa che non sanno fare.» Arthur Schopenhauer.

Siamo entrati nel terzo anno dell’era pandemica. I più pensano che il peggio sia passato: il PD è all’opposizione, le restrizioni non ci sono più, nessuno è sottoposto a obbligo vaccinale, il greenpass giace chiuso nei cellulari.

Basterebbe l’uso di ragione e la capacità di lettura della realtà per sapere che siamo in fase di “normalizzazione” di tutto quello che è stato fatto accettare a forza grazie alla narrazione pandemica, giustificato con lo “stato di emergenza”, nuovo totem alla cui ombra l’inimmaginabile diventa possibile. La tecnologia mRNA grazie alla sperimentazione su scala mondiale permessa solo in nome dell’emergenza sanitaria, è stata sdoganata è verrà utilizzata per produrre diversi tipi di farmaci e chi di quei farmaci avrà bisogno non avrà scelta. La DAD, la più grande sperimentazione scolastica mai vista, possibile solo con il ricatto emergenziale, ha dato il via alla digitalizzazione dell’istruzione con una velocità impensabile in condizioni normali. Il greenpass, marchio che doveva garantire il non contagio ma imposto sotto ricatto di esclusione sociale, apre le strade all’idea del passaporto vaccinale per viaggiare, alla tesserina digitale con tutti i nostri dati, quella che si può spegnere con un click se sei un delinquente… Solo per fare degli esempi che dimostrano la cecità di chi crede di aver lasciato il peggio alle spalle. Senza contare la mattanza di malori improvvisi, l’aumento di malattie, tumori e recidive documentati, ma che troppi fanno finta di non guardare.

Quanto è avvenuto negli ultimi tre anni non ha a che vedere con problemi di ordine sanitario – dentro una cornice meramente sanitaria le misure intraprese sono semplicemente irragionevoli e non utili allo scopo – ma con un cambiamento epocale della società. Un mutamento di pelle voluto, non naturale, ma reso necessario dall’implosione del mito della democrazia liberale come il migliore dei mondi possibili. Siamo entrati nella post democrazia e grazie alla propaganda e alla manipolazione la maggior parte della popolazione ne è contenta, si sente più sicura, mentre molti non hanno ancora capito di esserci entrati; poi ci sono i folli, quelli che assistono attoniti più che per gli eventi per la rassegnazione degli uomini “più progrediti della storia”.

Fin qui una lettura più in trasparenza della realtà, ma sempre storica, orizzontale.

Esiste, per chi ha occhi per vedere, una lettura verticale e metastorica. Tutto quello che sta avvenendo è un Segno, un’indicazione della direzione da seguire, dell’inizio delle doglie della creazione che attende di essere redenta. Non siamo la generazione più evoluta, ma la più decaduta, schiava del benessere e delle sue creazioni. Talmente sazia da non avere più nulla da desiderare se non la esatta vita che viviamo di cui non vogliamo perdere nemmeno una briciola, convinti di perdere noi stessi e la nostra identità.

Di fronte alla disumanizzazione della sanità e ad una scienza che si pretende dogmatica, avremmo dovuto leggere il fallimento di una medicina materialistica che riduce l’essere umano a pura biologia, la professione del medico a burocrate, la cura a mera applicazione di protocolli. Avremmo dovuto cogliere l’occasione per volgere lo sguardo verso una medicina veramente conforme all’uomo, che guarda all’essere umano nella sua interezza, che considera quella medica un’arte della scienza, che sa unire la sapienza antica con le più moderne scoperte di chimica e fisica. Soprattutto avremmo dovuto imparare che la medicina è per l’uomo, non secondo interessi economici.

Allo spettacolo desolante di una scuola incapace di aver cura dei figli ad essa affidati ma tronfia nel suo torturarli in nome dell’ipocondria di insegnanti, dirigenti e genitori, avremmo dovuto prendere atto della definitiva morte della scuola pubblica, sempre meno formativa e ridotta a indottrinamento e propaganda. La scuola che prepara al lavoro e non forma uomini ma automi capaci di obbedire a ordini demenziali senza sofferenza. Dovremmo lavorare al recupero della tradizione per incarnarlo con la relazione insegnante-allievi, per una scuola che forma uomini liberi, capaci di pensiero elevato e soprattutto di coraggio nel fare scelte radicali. Dovremmo accettare che una critica seria alla scuola è una critica alla società nella sua interezza.

Dopo lo scempio del diritto alla dignità del lavoro, calpestato in nome in un bene comune distorto e imposto sotto ricatto, avremmo dovuto porci domande fondamentali su cosa è il lavoro, perché l’uomo lavora, cosa è la dignità del lavoro e quale dignità può esserci in lavori disumani che non rispondono a nessuna vocazione, ma solo al mito del “anche un lavoro da schiavo o da automa è lavoro e se non sei d’accordo sei uno scansafatiche”.

Avremmo dovuto scoprire l’inganno della “Costituzione più bella del mondo”, perché il diritto positivo, non fondato sul diritto naturale e quindi su nessun valore eterno ma solo sugli accordi tra uomini, è sottoposto al potere del momento è non è garanzia di dignità umana.

La tutela della dignità umana può poggiare solo su valori eterni e immutabili, perché è eterna e immutabile.

Lo spettacolo imbarazzante di cosiddetti artisti – l’intero mondo dell’arte con rare eccezioni – guitti del potere, pronti a fare da grancassa al potente di turno e alla narrazione del momento, avrebbe dovuto gridare l’orrore dell’arte moderna, che arte non è. Perché l’arte è tale solo se libera. L’artista è colui che ha il dono di attingere i tesori del cielo e tradurli per i “comuni mortali”. Il mondo moderno ha ridotto gli artisti a esseri narcisisti che esprimono loro stessi pronti a vendersi al miglior offerente o a mediocri artigiani che assumono il ruolo di guitti per avere la luce della ribalta. Dovremmo sentire addosso l’urgenza di tornare a fare arte vera e liberarla dai lacci dei finanziamenti pubblici e dei ricatti del potere, tornando ad un sano mecenatismo libero.

Il dolore di una Chiesa che si è inginocchiata al mondo, che ha privato i fedeli dei sacramenti nella prova, che ha gridato che il vaccino era un atto d’amore mettendo Draghi e lo scientismo al di sopra della Verità, dovrebbe aprire gli occhi sulla pochezza di decenni di fede sentimentalistica, di legalismo e di gruppi religiosi vissuti come campane di vetro. Dovrebbe gridare che non esiste vera fede senza retto pensiero e intelletto.

Eppure siamo qui, a sprecare tre anni di sofferenza, senza dare frutto. Gridiamo che vogliamo il cambiamento, ma vogliamo solo un cambio di potere che ci lasci comodi dove siamo.

Abbiamo disprezzato i medici che non visitavano i pazienti, ma da loro torniamo. Abbiamo contestato lo sfacelo della scuola e la vigliaccheria degli insegnanti, ma lì vogliamo i nostri figli e vogliamo che possano vantare ottimi voti. Abbiamo criticato una formazione accademica che ha creato automi ciechi ma vogliamo tutti il figlio laureato in queste università, certi tutti di avere il figlio speciale che non si farà contaminare ma, anzi, cambierà l’università dal di dentro. Abbiamo condannato artisti venduti che chiedevano il greenpass ma ora torniamo ai loro spettacoli come se nulla fosse. Abbiamo pianto una Chiesa schiava del mondo e oggi ci facciamo prendere da un “perdonismo” insulso senza chiedere conto del tradimento della Verità e della Dottrina Sociale della Chiesa. Torniamo come automi ai nostri lavori senza interrogarci sul valore profondo e metafisico del lavoro e della vocazione, ma solo bramosi di non perdere la posizione sociale.

Perché in fondo noi non vogliamo un cambiamento. Lo abbiamo chiesto quando avevamo una pistola puntata contro. E il solo cambiamento che volevamo era che ci togliessero la pistola.

Quello che la storia chiede è una conversione. Anzi, una nuova conversione perché riguarda tutti, credenti e non.

Ma noi non la vogliamo. Perché temiamo di andare in pezzi.

Purtroppo ci penserà la storia a farlo.

Foto: Idee&Azione

10 gennaio 2023

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